La nuovissima Europa

Anche se a scegliere fosse stato solo l’ufficio turistico della Casa Bianca, meriterebbe delle lodi: il finale del periplo europeo di George Bush è stato un trionfo senza precedenti. E dunque l’idea di una visita in Albania si è rivelata geniale. Non perché il presidente Usa è stato accolto bene a Tirana. Male non lo ha trattato nessuno dei Paesi ospiti (con qualche eccezione come per l’Italia) e che il calore fosse maggiore nella «nuova Europa» piuttosto che in quella «vecchia» era scontato. Ma il comportamento degli albanesi è andato al di là di ogni previsione o classificazione. Invece dei divieti di traffico come a Roma, George Bush ha avuto a Tirana una strada intitolata al suo nome, siepi di folla plaudente, i politici in gara con i semplici cittadini nel manifestare entusiasmo per la sua visita, l’opposizione socialista altrettanto zelante del governo di centrodestra. Al punto che la televisione di Tirana è stata costretta a mettere in piedi una specie di concorso per scovare una voce critica. Ne ha trovata una in tutto e il suo proprietario si trovava fuori dall’Albania. Questa non è neanche più «nuova Europa»: è «nuovissima».
E l’Albania, nonostante certe apparenze e le sue ridotte dimensioni demografiche, è un Paese che, alla sua maniera, conta. Se non altro perché è l’unica nazione dell’Europa geografica in larga maggioranza musulmana. Anche se è il più «laico» di quell’area: il comunismo ha inciso a fondo in questo senso. L’entusiasmo degli schipetari per il Grande Amico di Washington non è evidentemente del tutto disinteressato. È una collocazione, la loro, che ha sì radici nel passato (nei Balcani, ma sull’Adriatico, gli albanesi hanno sempre avuto uno sguardo al mare e all’Occidente), ma risponde soprattutto agli interessi del presente e del futuro. L’ultima cosa in cui potevano ragionevolmente sperare i sudditi per oltre quarant’anni del più stalinista fra i Paesi europei era di essere integrati così in fretta in una vera e propria alleanza militare con la Superpotenza democratica. La guerra contro la Serbia condotta da Clinton per il Kosovo e per i «diritti umani» non ha precedenti in Europa: non a caso un sacco di bambini albanesi si chiamano Bill e le bambine Hillary. Ed è in arrivo, si presume, una generazione di George e magari Laura. Anche se i kosovari musulmani dovrebbero forse erigere il monumento che più dia nell’occhio a Madeleine Albright, falco del Dipartimento di Stato prima ancora che venissero di moda i «neoconservatori». Il risentimento dei serbi, naturalmente, era e rimarrà altrettanto intenso e le ferite di una guerra non si cicatrizzeranno più in fretta adesso che il successore di Clinton ha riaffermato di vedere e volere per il Kosovo una soluzione sola: l’indipendenza. Che è anche la sola coerente: già prima della guerra gli albanesi costituivano quasi il novanta per cento degli abitanti e la «pulizia etnica» dei vincitori (in risposta a quella dei vinti quando detenevano il potere) ha ulteriormente rafforzato il dislivello. Che poi l’indipendenza nei desideri americani (che oggi sono ordini) non sia sinonimo di fusione e di Grande Albania è secondario. E anche se resta auspicabile che una qualche sorta di autodecisione sia riconosciuta anche alle minoranze serbe, per esempio in Bosnia.
Ma se gli entusiasmi di Tirana sono e resteranno inimitabili (già da anni circola in Albania l’idea di chiedere addirittura l’annessione agli Stati Uniti come cinquantunesimo Stato, ciò che incidentalmente li renderebbe per sempre extracomunitari in Europa), non sono, come direzione, in contrasto con gli assai più cauti spostamenti di altre nazioni europee. I governi di Polonia e Romania, ad esempio, non vorranno sentirsi scavalcati e stringeranno probabilmente i tempi della loro adesione ai progetti Usa, anche riguardanti la Russia. E perfino nella «vecchia Europa» gli umori si muovono in direzione tutt’altro che sgradita all’Amministrazione più contestata da questa parte dell’Atlantico. Se Gordon Brown non potrà eguagliare lo slancio di Tony Blair, Nicolas Sarkozy ha nominato un ministro degli Esteri che potrebbe figurare nell’ufficio di Madeleine Albright, Angela Merkel non ripete le sfide di Gerhard Schröder. E perfino il Belgio, non so quanti se ne siano accorti, ha mandato a casa domenica un governo fra i più bellicosi nei confronti di Washington.
Alberto Pasolini Zanelli