Il nuovo 25 aprile, la sfida di Berlusconi Il tricolore al collo per riunificare l’Italia

Festa del 25 aprile, l’orgoglio del premier: &quot;Da oggi qualcosa è cambiato&quot;. Ma l’opposizione resta ferma alle solite polemiche. Giù dal palco i partigiani della brigata Maiella gli hanno donato il loro fazzoletto. <a href="/a.pic1?ID=346524" target="_blank"><strong>Il discorso del premier: &quot;La festa della Liberazione è la festa della libertà&quot;
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nostro inviato a Onna (L’Aquila)

Tutti e due a Onna per celebrare il 25 Aprile, Silvio Berlusconi e Dario Franceschini si sfiorano ma non si incrociano. È la loro inequivocabile vicinanza fisica, però, a rendere ancora più abissale la distanza tra i due. Perché il senso profondo di quella che per il premier è la prima partecipazione in veste ufficiale alla ricorrenza della Liberazione sta proprio nelle parole e nei gesti del segretario del Pd. Che, dopo aver cortesemente invitato il Cavaliere a presenziare, si ritrova costretto a rintuzzare di ora in ora, prima da Onna e poi da Milano, con un evidente senso di imbarazzo.
Uno sbandamento, quello del segretario del Pd, che è il segno di quanto il colpo si sia fatto sentire. La certificazione di come il Cavaliere sia riuscito nell’impresa di mettere una prima pietra affinché negli anni la Liberazione possa essere percepita non solo come una festa di chi in una parte si è sempre riconosciuto ma di tutto un Paese. Un passo che Berlusconi ha potuto azzardare anche sulla scorta della crisi economica prima e dell’emergenza terremoto poi, che hanno contribuito a riaccendere un sentimento di solidarietà nazionale come non lo si vedeva da tempo. Anche per questo la scelta di Onna, vittima oggi del sisma e ieri dei nazisti che nei giorni della ritirata trucidarono 17 civili. Un filo conduttore tra passato e presente all’insegna, appunto, di quella «unità nazionale» auspicata venerdì notte prima di lasciare la Sardegna.
Ed è proprio qui, tra le macerie del terremoto, che Berlusconi parla senza tentennamenti né fraintendimenti. E lo fa di proposito, visto che decide di mettere da parte la sua ben nota predilezione per i discorsi a braccio e l’improvvisazione e sceglie di leggere diligentemente un intervento limato per giorni nel più piccolo dettaglio. Parole inequivocabili, perché pur chiedendo «rispetto per tutti i caduti» non esita a definire i Repubblichini «quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata». E anche il plauso alla Resistenza non sta solo nell’immagine che regala alle telecamere quando alcuni anziani della Brigata Maiella gli si avvicinano e gli mettono al collo lo stendardo tricolore della formazione partigiana, ma soprattutto nelle parole scandite lentamente: «La Resistenza è uno dei valori fondanti della nazione».
Una presa di posizione netta e inequivocabile. Tanto quanto lo sbandamento di chi una settimana fa, forse con un po’ troppo piglio professorale, lo aveva invitato a non dimenticarsi del 25 Aprile. Berlusconi non se ne dimentica, ancora una volta a modo suo. Così, chi si aspettava frasi di circostanza e un Cavaliere intento più a schivare i colpi che a darli rimane non solo senza parole ma anche senza argomenti. Il premier, infatti, va ben oltre le aspettative della vigilia. «Noi siamo dalla parte di chi ha combattuto per la nostra libertà, per la nostra dignità, per l’onore della nostra Patria». Con tanto di elogio alla Costituzione e ai padri costituenti comunisti e socialisti – come Togliatti, Terracini e Nenni – che insieme a leader di altra fede politica «riuscirono ad incanalare verso un unico obiettivo le profonde divisioni di partenza». Parole che non danno adito a dubbi. E che sono esattamente in linea con il discorso di Giorgio Napolitano che chiede «pietà per tutti i caduti senza distinzione».
E quanto sia forte l’impatto di questo primo 25 Aprile con il Cavaliere in prima fila lo si coglie proprio nelle parole di Franceschini. Che dopo averlo invitato a presenziare non ha altro argomento che rinfacciargli la sua presa di posizione «tardiva». Con un unico appiglio polemico: «Il 25 Aprile continuerà a chiamarsi festa della Liberazione. Quel nome l’hanno deciso i nostri padri e non si tocca». Una querelle che non ha ragion d’essere, visto che il premier si limita a dire che «sono maturi i tempi perché la festa di Liberazione possa diventare festa di libertà e si possa togliere a questa ricorrenza carattere di contrapposizione». Un auspicio che chiaramente non ha nulla a che fare con questioni di vocabolario.
Alla fine, il bilancio sta nelle cose. Se da una parte la festa della Liberazione è l’occasione per contestare Formigoni a Milano e riaccendere l’antiberlusconismo indignato di Idv e sinistra radicale, dall’altra il Cavaliere mette in pratica quell’auspicio che aveva già manifestato il 25 Aprile dello scorso anno quando aveva giudicato mature «le condizioni per un salto di qualità verso la definitiva pacificazione nazionale». Con la convinzione, confidata a sera in privato ai suoi collaboratori, che «da oggi qualcosa è cambiato». Perché le parti si sono invertite, con il Cavaliere che non polemizza ma elogia gli avversari e l’opposizione ormai allo sbando. E con la festa del 25 Aprile, ripete in privato, finalmente «festa di tutti» e non solo di chi ha sempre e solo distribuito «patenti di democraticità».