Il nuovo «Ccs» di Fernanda Contri inizia con le accuse dei benefattori

Una donna attacca anche il personale: «Non potevate essere all’oscuro». La replica: «Segnalavamo tutto»

Fabrizio Graffione

Che qualcosa di fishy, dall'inglese puzza di marcio, effettivamente, c'era, anche prima dello scandalo giudiziario, qualcuno lo sapeva. Che qualcun altro, i dirigenti onesti, fossero stati troppo ingenui, almeno è stato ammesso. Che i soldi dati in beneficenza venissero invece usati da tre mele marce per spese «allegre», e finissero su conti personali in banche italiane e svizzere, lo avevano però soltanto chiarito i magistrati facendo arrestare dai carabinieri Oppedisano, Curzi, Castellini e indagando Di Palma, Crespi, Cavagnis. Una situazione proseguita per ben tre anni. Ma che un'impiegata, una dei gradini bassi, reagisse in una disperata difesa personale, lo si è scoperto soltanto ieri mattina.
Un fuori programma che è tutto un programma durante la presentazione dei nuovi vertici della Ccs Italia onlus. Sarebbe piaciuto a Franz Kafka. Dovrebbe almeno essere degno di finire sul blog di Beppe Grillo. La primadonna non è la neopresidente Fernanda Contri, appena chiamata a rappresentare la svolta. Nemmeno i neoconsiglieri Francesca Dagnino, Stefano Zara, Giancarlo Piano e Giorgio Zagami con i revisori dei conti Sergio Chiodi, Giovanni Battista Parodi, Massimiliano Iazzetti. Il deludente atto va in scena a fine conferenza stampa. Si alza una signora vestita coi pantaloni, un golf e una giacca come tante, i capelli in ordine, sistemati da sé. Una donatrice, genovese, ex impiegata, di buona volontà. Una signora che vuole fare, come può, del bene a chi è meno fortunato. Parla con la rabbia del cuore, s'imbufalisce di fronte all'allargamento delle mani e alla mancanza di risposte da parte del tavolo dove siedono i vertici della Ccs Italia onlus.
«Sono una che non risparmia per donare ai bambini e a chi soffre - dice la giovane pensionata - ho smesso di elargire qualche soldo alla vostra organizzazione dopo lo scandalo giudiziario. Va bene. Voi dirigenti siete stati ingenui. Gli altri che adesso ci mettono la faccia sono nuovi e non ne hanno colpa. Avete spiegato che vi siete fidati troppo di quelle tre mele marce. Ma sono stata segretaria e ho fatto i conti in un'azienda. Non sono mica scema. Come non lo sono tanti altri benefattori. Non posso davvero pensare che chi è impiegato lì non vedesse le fatture gonfiate, le spese assurde, i telefonini, le cene, le auto e tutto il resto. Possibile che dal basso nessuno si sia accorto di nulla. Non posso crederci».
Domande legittime, sacrosante. Insomma, come dire, se la onlus funziona così è meglio dare i soldi in beneficenza da un'altra parte. Dagli inglesi della Croce rossa ai francesi di Medecins sans frontieres ai compagni di Emergency e Gino Strada.
«Non sappiamo cosa dire - rispondono in coro dal tavolone - è vero siamo stati degli ingenui. Questa domanda ce la fanno in molti e non sappiamo che rispondere tranne che promettiamo di rimboccarci le maniche e stavolta stare davvero attenti».
Con l'imbarazzo dei vertici dell'onlus si sta per chiudere il sipario, ma arriva la scena più gustosa. Si alza una delle impiegate della Ccs Italia. Non si presenta con nome e cognome. Non è nemmeno chiaro se ci lavora per soldi o per fare la volontaria senza guadagnarci un euro. È una biondina, pantaloni di velluto a vita bassa, stivali neri con tacco alto, occhialini alla moda, ciondolone al collo. È fortemente irritata. Prende di petto la giovane pensionata.
«Eh no - si difende - devo proprio rispondere. Che qualcosa non andasse lo avevamo capito. Cose gonfiate, spese che non quadravano. Insomma, ci mancherebbe. Però lo dicevamo. Facevamo le relazioni. Soltanto che, come in una qualsiasi altra azienda, lo dicevamo ai dirigenti responsabili. Anche noi abbiamo dei capi e non possiamo farci niente». Peccato che quei dirigenti erano proprio quelli che ne approfttavano, come risulta dalle fatture, spesucce e conti correnti compresi. Peccato che altri dirigenti e consiglieri, lì da ben oltre tre anni, siano davvero persone perbene alle quali ci si poteva rivolgere se davvero importava, ed era un dovere, fare qualcosa. Peccato che la Ccs Italia è una onlus e non è un'azienda o una fabbrica con capi e dirigenti come le altre che lucrano per fare, legittimamente, soldi. Peccato che gli stipendi della onlus vengano pagati anche con la beneficenza dei cittadini perbene. Peccato che qualcuno, che ci lavora, sentiva puzza di marcio e se ne sia sempre lavate le mani. Eticamente e moralmente era loro dovere denunciare.