Il nuovo centro al bivio

Ho letto con attenzione la prima intervista del nuovo segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, amico personale e collega nel Parlamento di Strasburgo, e molte domande restano inevase. Non voglio certo far le pulci, come si dice in gergo, al Cesa-pensiero espresso peraltro in una intervista necessariamente incompleta, ma alcune contraddizioni di fondo restano aperte e per certi aspetti appaiono finanche ingigantite. Fermiamoci su quella più importante. Cesa dice che dal 1994 ha un sogno, quello di rifare la Democrazia cristiana. Quindici righe dopo, però, ritorna a parlare di un partito dei moderati. Se le parole hanno un senso, e in politica lo hanno più di quanto si immagini, Cesa e il suo partito devono scegliere. Se veramente vogliono ritrovare le ragioni per riunire in un solo partito i tantissimi democristiani variamente dislocati, Cesa deve dichiararsi solennemente democratico cristiano riproponendo l’attualità di quella cultura politica di riferimento che ancora oggi è alla base di tanti altri partiti in tutta Europa a cominciare da quello tedesco del cancelliere Angela Merkel.
Concorrere a ricomporre quell’area politico-culturale, però, significa anche abbandonare quel disegno di partito unitario con Forza Italia e An che passa sotto il nome, appunto, di partito dei moderati. Più volte abbiamo detto che il moderatismo non è una identità e che se proprio così lo si volesse definire, il partito dei moderati sarebbe tutt’al più il partito di quelli che non si arrabbiano. È una battuta, naturalmente, ma solo così si può rispondere a chi vagheggia un partito dei moderati in contrapposizione all’altra costruzione virtuale nel centrosinistra rappresentata dal partito riformista, oggi democratico domani chissà, genericamente inteso. Non dobbiamo certo spiegare a chi ne sa più di noi che esiste il riformismo cattolico, quello socialista, quello comunista, quello liberale, quello ambientalista, quello, cioè, delle grandi culture politiche del Novecento alcune delle quali possono anche definirsi moderate. Ecco perché riformismo e moderatismo sono categorie politiche trasversali e non costituiscono, da soli, una identità politica. D’altro canto, per ritornare a Cesa e all’Udc, voler rifare la Dc significa qualificare con nettezza il partito che si intende ricomporre e non affogarlo o diluirlo in un termine generico e onnicomprensivo come quello del moderatismo. Se Forza Italia è un punto di incontro di culture e politiche diverse tenute insieme dalla personalità di Berlusconi, Alleanza nazionale ha invece una diversità identitaria iscritta nel profondo delle coscienze dell’elettorato di destra ed è fuori dalle coscienze dell’elettorato di centro, cattolico e riformista. Ricordino sempre i miei amici dell’Udc che come il partito democratico di cui si parla tra Margherita e i Ds risucchierà a sinistra i popolari che vi aderiranno sino al rischio di vederli confluire nel Partito socialista europeo, alla stessa maniera immaginare un partito unitario insieme ad An significa per i democristiani farsi risucchiare definitivamente a destra. Se la volontà della nuova segreteria politica dell’Udc è, invece, veramente quella di marciare verso la ricomposizione di un partito democristiano, dia allora un segno concreto e visibile, esca dalla costituente del partito unitario e rilanci una nuova costituente democratico-cristiana. Noi che siamo formalmente la Democrazia cristiana saremo i primi a correre per ricostruire insieme ciò che forze potenti distrussero dieci anni or sono. E con noi, ne siamo sicuri, accorreranno quanti nel sindacato, nel mondo del volontariato e del non profit, nelle associazioni professionali e nell’intera società civile non hanno mai abbandonato quella cultura politica che affonda le radici nella dottrina sociale della Chiesa e nel pensiero di politici ed intellettuali del calibro di Sturzo, di Toniolo, di Murri, di Dossetti, di Gonella, di De Gasperi e di Moro.
Quella cultura ha quattro valori forti, chiari e non negoziabili: a) la democrazia interna di partito; b) la difesa della vita in tutte le sue forme e della famiglia; c) la tutela dell’economia di mercato come strumento essenziale di libertà dell’individuo e di diffusione del benessere in una visione solidaristica nettamente contrapposta a quel liberismo selvaggio che sta rendendo, nel mondo e in Italia, i ricchi più ricchi e i poveri più poveri; d) il riscatto dalla miseria e dalle malattie di parti rilevanti della popolazione mondiale per costruire una vera politica di pace. Altri valori ed altri strumenti, come quello di una presenza pubblica nella gestione diretta dell’economia saranno certamente altrettanto essenziali ma la loro definizione rientra nel dibattito politico e programmatico di ogni forza politica. Se questi segnali di rottura con il passato non vi saranno, se cioè si continuerà a dire, come abbiamo sentito per anni, che la cultura democratico-cristiana, come tutte le altre grandi culture politiche del Novecento, hanno fatto il proprio tempo e si continuerà nel miserabile tentativo di finanziare questo o quel personaggio solo per far proliferare il nome della Democrazia cristiana e confondere così le acque, allora l’appello di Cesa sarà solo un banalissimo spot pubblicitario destinato a cadere nel vuoto. Diversamente, potrebbe essere davvero un voltar pagina rispetto agli errori del passato e noi non mancheremo certamente a quel nuovo appuntamento.