Il nuovo cinema italiano a convegno: «I registi si prendano le loro colpe»

Vicàri: «Mio compito è fare buoni film, non pensare alla legge». Trupia: «Basta scaricare la responsabilità sugli altri»

Michele Anselmi

da Pesaro

«La meglio gioventù... la va sottoterra», ammoniva una canzone della Prima guerra mondiale che, passando per Pasolini, sarebbe diventata il titolo del fortunato film tv di Marco Tullio Giordana. C’è da augurarsi che la seconda parte del verso non sia da applicare, metaforicamente, anche a quel cinema giovane, degli esordi, al quale il Festival di Pesaro, chiusosi ieri con la proiezione in piazza di Anche Libero va bene di e con Kim Rossi Stuart, ha dedicato un fitto programma di proiezioni e incontri. Ribattezzato, appunto, «La meglio gioventù». Il viso bello e dolente di Barbora Bobulova, ritagliato da Tartarughe sul dorso, uno degli innumerevoli debutti del quinquennio 2000-2006 bene sintetizzava sul manifesto il senso dell’iniziativa. Perché, se è vero che il cinema «nuovo» o «nuovissimo» ha espresso nel periodo preso in esame talenti degni di attenzione, è altrettanto vero che, tranne rare eccezioni, questi film a volte pur belli, poco hanno inciso sulla quota di mercato riservata al prodotto italiano. Insomma, per una Notte prima degli esami che incassa 12 milioni di euro, ci sono centinaia di esordi rimasti nei magazzini, usciti malamente, perloppiù puniti dal pubblico, spesso a ragione: perché criptici, ombelicali, autoreferenziali, astrusi, noiosi.
Eppure, una volta tanto, la chiacchiera con registi e attori non s’è risolta nel solito piagnisteo, imbolsito e asfittico, contro il Sistema, che poi sarebbe il duopolio Raicinema-Medusa, la logica dell’audience e del mercato, la pigrizia degli esercenti e compagnia bella. Meno male, del resto, chi più chi meno, i bravi alla fine sono riusciti ad emergere, disegnando una mappa di tutto rispetto. Alcuni nomi? L’Alex Infascelli di Almost blue, il Vincenzo Marra di Tornando a casa, il Paolo Franchi di La spettatrice, il Fausto Paravidino di Texas, il Paolo Sorrentino di L’uomo in più, il Luca Lucini di Tre metri sopra il cielo, la coppia Bocola/Vari di Fame chimica, il Daniele Vicàri di Velocità massima, e si potrebbe continuare.
Molti di essi, riuniti sotto l’etichetta del «New-New Italian Cinema» nel volume edito per l’occasione da Marsilio a cura di Vito Zagarrio (340 pagine fitte di saggi, schede e informazioni), si sono visti a Pesaro. Pronti ad esibire un «ottimismo con rabbia» che denotava, a tratti, anche qualche spunto autocritico. Prendete Vicàri: «Io sono un regista, non spetta a me scrivere la nuova legge del cinema. Spero di fare buoni film, che riflettano la società in cui vivo». O l’emergente Stefano Savona: «Perché non ci chiediamo più spesso: ha senso stare a soffrire quattro anni su un progetto del cavolo? Rossellini lasciò il cinema per fare una straordinaria tv pedagogica. Amici, servono più coraggio e curiosità». O ancora Toni Trupia: «Vorrei tanto prendermela con qualcuno, ma non posso. Il mio corto è uscito subito nelle sale, Michele Placido produrrà il mio primo lungometraggio, L’uomo giusto. La verità è che noi registi tendiamo ad autoassolverci, la colpa è sempre di qualcun altro». Perfino Jasmine Trinca, l’attrice scoperta da Moretti che nel Caimano incarna una regista esordiente, ammette che «non tutto è dovuto, devono contare anche le ragioni di merito».
Poi magari è vero, la paura di sbagliare, per dirla con l’attrice Valentina Cervi, può trasformarsi in «un’ossessione paralizzante»; perfino, sostiene Daniele Gaglianone, in «un perfetto sistema di autorepressione in cui ogni cineasta diventa poliziotto di se stesso». E però non ha torto Carlo Brancaleoni quando, nel ricordare che Raicinema solo quest’anno ha prodotto quindici opere prime, spiega: «Voi cineasti ci vedete come una banca. Invece no, abbiamo la pretesa di dire la nostra, di seguire un progetto dall’inizio alla fine, di inventare un nuovo pubblico». Pochi applausi in sala.