«Il nuovo commissario? Sarà un altro Rossi»

Petrucci si prende 48 ore per decidere: «Ma sarà ancora un nome estraneo al calcio. Tra i candidati l’ex magistrato Vigna, Virginio Rognoni, l’avvocato Pancalli e il membro del Cio Ottavio Cinquanta

Franco Ordine

Nel cuore della notte hanno spento il motore e tirato via la chiave dal cruscotto dell’auto. Con l’esodo in massa dalle leve del comando di via Allegri, il professore Guido Rossi e i suoi ultrà, Nicoletti e Gamberale, pensavano di lasciare il calcio italiano e il Coni in braghe di tela. Di primo mattino, Gianni Petrucci, presidente del Coni, è arrivato con i suoi uomini, ha recuperato un mazzo di chiavi e ha rimesso in moto l’auto. Prima mossa: ha nominato reggente l’avvocato Massimo Coccia, un vero esperto in fatto di regole sportive, componente del Tas di Losanna, il tribunale massimo del Cio. Seconda mossa: ha recuperato alla causa della Nazionale Demetrio Albertini rimasto al suo posto dopo un doveroso dietrofront. Terza mossa: ha ripreso a tessere la tela dei rapporti col governo per uscire con una candidatura condivisa che deve passare attraverso il benestare di palazzo Chigi. Rossi ha sbattuto la porta. «Non ci sono più le condizioni per restare» ha chiosato. E su questa frase l’onorevole Elidio de Paoli, sottosegretario per le Politiche giovanili e le attività sportive, ha chiesto ufficialmente spiegazioni. Diversa la spiegazione di Petrucci. «Il mio non è stato un atto di sfiducia, la situazione si è modificata e il professore ha ritenuto di rassegnare le dimissioni» l’espressione usata dal presidente del Coni per spiegare il fuggi fuggi di mezzanotte, l’ora in cui la carrozza di vetro ridiventa una zucca.
Al di là della forma, il commiato tra i due è stato gelido. Rossi ha riservato al presidente del Coni il riconoscimento «della personale cortesia dimostrata»: come dire si è comportato da persona ben educata nei miei confronti. Petrucci, da buon democristiano, gli ha fatto ponti d’oro. E non si è lasciato intidimire nemmeno dalla frase proveniente da Bruxelles e firmata dal ministro Melandri, che in quelle stesse ore dopo aver scoperto che «tutto il calcio europeo è malato» ha ribadito uno di quegli auspici che sono spesso dei salti mortali, «una soluzione che consenta in qualche modo al professor Rossi di rimanere ispiratore e garante del processo riformatore». Il Coni ha chiuso col presidente di Telecom: clic, fine delle conversazioni. E se, come tutti ipotizzano, sarà seguito dal dottor Francesco Saverio Borrelli, ce ne faremo una ragione. Il calcio è riuscito a sopravvivere a moggiopoli, sopravviverà al pensionamento precoce dell’ex capo di Mani pulite, prestato all’ufficio indagine della federcalcio.
«Il programma di riforme andrà avanti e il nuovo commissario non sarà contiguo al calcio» gli altri due messaggi firmati sempre da Petrucci nel corso della sua conferenza-stampa seguita all’incontro, gelido con Rossi. Con il primo ha tranquillizzato il mondo della politica, col secondo ha tentato di descrivere il requisito più importante del successore del giurista milanese. I nomi sul tavolo, all’inizio erano tre: Giancarlo Abete, già vice di Carraro, e capo-delegazione al mondiale di Germania, Gianni Petrucci e Gianni Letta, l’ex sottosegretario alla presidenza del governo Berlusconi. L’ultimo si è dichiarato indisponibile, il secondo ha resistito alle cento pressioni interne («fallo tu presidente» il pressing di molti esponenti della giunta), il primo ha chiesto di avere le mani libere per candidarsi alle prossime elezioni federali. Perciò è stato necessario schizzare la sagoma del quarto uomo: sono stati fatti i nomi del magistrato Vigna, di Virginio Rognoni, ex vice-presidente del Csm e dell’avvocato Pancalli, presidente della federazione dei disabili e di Ottavio Cinquanta, membo del Cio.
Prima di avviare le consultazioni e di cominciare il giro delle sette chiese, Petrucci si è preoccupato anche della Nazionale e del suo Ct, lasciato solo al proprio destino per qualche ora. Si è scoperto nell’occasione che Nicoletti ha fatto uno sgambetto al suo collega Albertini che non si è mai dimesso formalmente e da subito ha pensato alla necessità di dover continuare a lavorare al fianco degli azzurri. «Caro Donadoni, le lascio Demetrio per questo motivo» la telefonata di Rossi al Ct. A quell’ora Petrucci aveva già cementato la panchina. «Sono contento ma ho bisogno di tempo per capire» l’unica frase concessa da Donadoni.