Il "nuovo" contro il Cavaliere: 60enni e habitué delle poltrone

Il leader Pd annuncia la "nuova pagina". Ma da Veltroni a D’Alema da
Vendola al "grande ex" Prodi, il più giovane è in politica da 30 anni

Roma - «Qui si chiude una pagina vecchia, apriamo noi la nuova». Noi chi? Nuova dove? Queste due domande sgorgano automatiche leggendo l’ultimo discorso alla Camera del segretario del Pd.
Ecco Bersani, il simbolo del nuovo che avanza. Cinquantanove anni, compiuti lo stesso giorno (29 settembre) di Silvio Berlusconi, di cui è più piccolo di quattordici anni, in realtà l’ex ministro dello Sviluppo economico del governo Prodi ha cavalcato la scena politica molti lustri prima del premier: «Inizia la carriera amministrativa nel 1976», riportava L’Espresso in un recente servizio sugli «onorevoli dinosauri». Non è tanto una questione di età anagrafica, ci mancherebbe. Se arrivasse un Camilleri della politica, un vecchio «esordiente», il fenomeno sarebbe da osservare con rispetto. Ma qui i «nuovi», che nell’immaginario del leader del Partito democratico dovrebbero sfidare Berlusconi alle prossime elezioni primaverili, vivono e lottano nell’arena dei partiti, chi più chi meno, da una quarantina d’anni.

Premesso che le primarie interne al Pd per decidere un candidato sono ancora un’incognita - il governatore pugliese Nichi Vendola freme, ma allo stato dei fatti nessuno se la sente di incoronarlo - prendiamo i nomi più rispettosi che il centrosinistra può proporre agli elettori. Veltroni e D’Alema, per esempio. Litigavano di politica fin da quando portavano i calzoncini corti. Sessantuno anni, iscritto alla Fgci, la federazione giovanile comunista, all’età di 14 anni, il piccolo d’Alema già nel 1975, ossia 35 anni fa, ne diventava il segretario nazionale. Nel 1979, un anno dopo il rapimento Moro, stagione degli omicidi Alessandrini e Pecorelli, dieci anni prima della caduta di Berlino, ossia, per un ventenne di adesso, un secolo fa, Max sedeva nel comitato centrale del Pci. Prima volta alla Camera nel 1987.
Veltroni: consigliere comunale nel Partito comunista a Roma quando correva addirittura il 1976, L’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci veniva censurato per oscenità e Ingemar Stenmark vinceva la Coppa del mondo di sci. Alla fine, guardandosi intorno, i politici che correrebbero alla poltrona di presidente del Consiglio sono tutti nati, politicamente parlando, negli anni Settanta. E lì a volte sembrano essersi fermati. Le stesse facce di allora, più o meno.

Anche Pier Ferdinando Casini, il leader dell’Udc, che non è più un bambino poiché a dicembre compirà 55 anni, debuttò in politica la bellezza di trent’anni fa. Pierferdy siede sui banchi della Camera da 27 anni, eletto per la prima volta nel 1983, quando Vasco Rossi cantava Vita spericolata.

E veniamo pure a Gianfranco Fini, che con la costituzione del nuovo partito, pur essendo attualmente presidente della Camera, diventerebbe un candidabile «volto nuovo». Per la verità Fini era segretario del Fronte della Gioventù già nel 1978, l’anno dei tre Papi e dell’ultima apparizione televisiva di Mina, e nel 1983, data di uscita del primo numero manga di Ken il Guerriero, entrò a Montecitorio. Come Casini.

A meno che per pagina nuova non s’intenda resuscitare ancora una volta Romano Prodi, settantuno anni, ministro dell’Industria nel 1978 durante il quarto governo Andreotti, prima di diventare presidente dell’Iri. O Rosy Bindi, 59 anni, eurodeputata per la Dc per la prima volta ventuno anni fa. C’è pure Rutelli, che negli anni Settanta marciava con i radicali per l’aborto e per il divorzio e a 26 anni entrava a Montecitorio: 1980, fine dell’era maoista.
È conclusa, dice Bersani «l’epoca gloriosa del ghe pensi mi». Benvenuti nel tempo del déjà vu.