Un nuovo disco dopo 28 anni «Anche se siamo multimilionari»

Intervista con Glenn Frey, leader dello storico gruppo che pubblica «Long road out of Eden»

nostro inviato a Londra

Bentornato Glenn Frey, gli Eagles hanno pubblicato un nuovo disco dopo 28 anni.
«Un’enormità. Adesso ho 59 anni, se va avanti così per il prossimo ne avrò più di ottanta».
Già pronti a incidere un altro cd?
«No figurarsi, adesso andiamo in vacanza. Abbiamo imparato che non si può stare negli Eagles per ventiquattro ore al giorno. Bisogna staccare ogni tanto».
Allora una tournée?
«Non se ne parla proprio».
Però 28 anni di riposo non le sembrano abbastanza?
«Quando abbiamo fatto le rockstar a tempo pieno, i danni li abbiamo pagati tutti. Ci chiamavano i cowboy della cocaina. Jerry Garcia dei Grateful Dead diceva che non ci stavamo distruggendo ma solo espandendo la nostra conoscenza. Poi però lui è morto».
Lei invece è ricco, sposato e ha tre figli.
«Non voglio giustificarmi, erano tempi diversi. Ma se avessi potuto, non sarei mai stato così selvaggio».
D’altronde si vede: ora è rilassato con la Coca Cola in mano mica il whisky, il ciuffo dei capelli è lo stesso di Elvis quand’era un bravo ragazzo e la panza che gonfia la camicia sembra quella di un uomo in pace con la vita. È uno dei musicisti rock più famosi di sempre e con Don Henley manda avanti gli Eagles, gruppo che fattura più di una multinazionale perché ottimizza gli sforzi: il nuovo Long road out of Eden è il settimo cd in 36 anni, roba da cassa integrazione. E invece no: il loro country rock è un marchio di fabbrica per due generazioni cresciute mentre questi ragazzi, gli Eagles di Los Angeles California, incassavano le royalties e invecchiavano litigando di santa ragione: per quattordici anni, dall’80 al ’94, non si sono parlati. Poi hanno ripreso a suonare solo le vecchie canzoni e adesso rinascono come piacerebbe al Gattopardo: cambiando tutto per lasciare tutto uguale.
Vi si riconosce dalla prima nota del disco. Comunque è stata una faticaccia. Perciò avete intitolato il cd con questa frase: una lunga strada per venir via dal Paradiso.
«Prima non ci sopportavamo, adesso abbiamo imparato a fidarci l’uno dell’altro. Cantare le vecchie canzoni è una cosa semplice, comporre quelle nuove no: ma adesso riesco a dire “questa cosa non mi piace, cambiala”. Diciamo che siamo diventati una famiglia».
Il rock ribelle è morto.
«Macché, vivendo con mia moglie e i miei figli ho imparato come tenere in piedi un gruppo come il nostro».
Però molti dicono che gli Eagles stiano in piedi solo per far soldi.
«Ma se siamo già pieni di soldi, autentici multimilionari».
Appunto.
«Ma il fatto di aver venduto così tanto mi ha aiutato a capire che cosa di buono c’è nel nuovo disco».
Dica.
«Sono canzoni capaci di rappresentarci. La gente da noi vuole questo, eccolo: le voci, le chitarre, tutto quello che ha fatto grande un gruppo come il nostro».
Non è troppo comodo?
«Aggiungiamoci la voglia di far pensare: chi non impara dal passato, ripeterà gli stessi errori».
Allusioni politiche?
«Una volta quando venivo in Europa, mi portavo magliette e cappellini per esibire la mia americanità. Adesso la nascondo».
Ma voi siete il simbolo del sogno americano: passione, successo, gloria. Roba da film.
«Diciamo che se un regista mi chiedesse di incidere una colonna sonora per lui, accetterei solo da Scorsese o Sam Mendes. La nostra America era diversa da quella di oggi, solo loro la sanno raccontare».
Siete prigionieri del passato.
«Abbiamo cercato di non fare la fine dei Beach Boys, non siamo diventati un monumento a noi stessi».