Il nuovo Kaurismaki

Cannes «Ho fatto un film assolutamente non realista. Del resto, della fiaba di Cappuccetto rosso, la versione che più mi piace è quella dove la bambina mangia il lupo... So benissimo che l’ottimismo non basta, la solidarietà non è una merce facile, il problema dell’immigrazione una questione non risolta e forse non risolvibile, e certo non è compito di un film dare la risposta giusta. Però mi sembrava importante parlarne e parlarne in quest’ottica». Le Havre, di Aki Kaurismaki, è un’altra delle sorprese in concorso di questa 64° edizione del Festival: insieme con L'Artiste si ritaglia lo spazio dell’opera più suggestiva e più poetica, piena di luce e di malinconica gioia. Racconta di Marcel Marx, un ex scrittore bohémien che se n’è andato in esilio volontario nella città di Le Havre: ha seppellito il suo passato, fa il lustra scarpe, vive con la moglie Arletty, prende il suo aperitivo al bistrot all’angolo, conosce tutti, si batte con il sorriso e la testardaggine contro l’indifferenza. Il destino gli fa incrociare un ragazzo africano clandestino: la sua meta è Londra e Marcel farà il necessario perché ci arrivi sano e salvo.
Le Havre, che in francese vuol dire anche «il porto», è una città di blues, di soul e di rock’n’roll, una sorta di Memphis francese, «l’ideale come sfondo della mia storia. Ha ancora un’architettura di quelle che piacciono a me: quella moderna mi fa male agli occhi».
Delicato, con dei dialoghi brillanti, qualche ironica strizzata d’occhio ai capolavori del passato (Casablanca, per esempio) Le Havre si avvale di un accompagnamento musicale molto francese, con un po’ di jazz e di rock, quest’ultimo affidato a Little Bob, Robertino, al secolo Roberto Piazza, la risposta di periferia al mito parigino di Johnny Halliday. L’insieme è un curiosa fiaba urbana, dove i cattivi sono facilmente riconoscibili (un cameo di Jean-Paul Léaud), i poliziotti hanno un cuore, l’anonimato non esiste, si può essere felici anche con poco, la gentilezza, la cavalleria, il gusto semplice per le cose belle (un mazzo di fiori, un tramonto, una passeggiata) ripaga delle difficoltà della vita.
André Wilms, attore caro al regista, come del resto Kati Outinen (Arletty), presta al suo Marcel il proprio fisico elegante e stropicciato; Jean Pierre Daroussin, volto noto in Francia e insieme nuovo acquisto, si inserisce nel cast con tranquilla autorevolezza. «In effetti - dice ironico Kaurismaki - è sempre stato nei paraggi dei miei film, ma non l’avevo mai fatto recitare. Puliva il set a fine giornata».