Un nuovo martire per gli "altari" di Hamas

Rehov Yaffo, ovvero Jaffa Street, è un’arteria che attraversa tutta Gerusalemme dall’ingresso al pieno centro. L’attentato è avvenuto proprio di fronte alla grande centrale delle tv straniere, la Jcs, che ha già conosciuto molti attentati come questi, filmati dunque in ogni particolare. Questo luogo conosce tutte le tipologie di terrorismo: gli autobus che scoppiano là sono di casa, la cronista ne ricorda parecchi, di cui due negli anni del processo di pace, Rabin e Peres con la faccia disperata sotto un ombrello che li difende dalla pioggia battente mentre guardano dentro un autobus pieno di sangue, di studenti, vecchi che andavano al mercato della zona, lavoratori

Se il trattore guidato ieri dal trentenne arabo israeliano cittadino di Gerusalemme est Taysir Dwayyat, 30 anni, del quartiere di Zur Baher fosse arrivato due strade più in là, al mercato di Ben Yehuda, altro teatro di attentati frequenti e fruttuosi, la strage sarebbe ancora più orrida. Mentre tutto il mondo si culla nell’illusione della tregua con Hamas e sogna i colloqui fra Olmert e Abu Mazen, di fatto il maggiore messaggio, il linguaggio più assordante che proviene dal mondo palestinese, con imperterrita costanza, seguita a essere uno: terrorismo. Che gli arabi israeliani siano stati partner degli attentati di questi anni, è ormai uno strazio abituale, spesso volontariamente messo in sott’ordine per non aumentare una frizione molto preoccupante. Mentre il 70 per cento dei palestinesi di Israele non vorrebbe, afferma, vivere da nessuna altra parte, il suo gruppo politico dirigente non lesina la sua disaffezione e la sua simpatia per i nemici dello Stato ebraico, e gli estremisti aiutano i terroristi. Anche se si spera che il personaggio fosse un isolato, pure il ripeterlo non è altro che un ennesimo sforzo consolatorio: Zur Baher ha una netta maggioranza di simpatizzanti per Hamas. Le sue «hamule», le famiglie allargate, hanno un linguaggio estremista, le sue regole sono piene di armi e odio. Anche quando AlaAbu Dheim, del quartiere di Gerusalemme Est di Jabel Mukkaber, falciò in una scuola religiosa 8 ragazzi e ne ferì dieci, si sperò che fosse un isolato: mail suo ambiente era ben connesso ad Hamas e persino agli Hezbollah. L’ambiente di Dwayyat è certo filo Hamas e i suoi passati di piccoli crimini comuni avrebbero dovuto suscitare una cautela in chi gli ha messo in mano un trattore, cautela che invece non si esercita per paura di essere tacciati di razzismo. In più Hamas, non potendo oggi agire da Gaza per rispettare la hudna (per altro ripetutamente violata), ha interesse a dimostrare che può colpire dal West Bank. È anche una dimostrazione che il recinto di difesa di Israele che pure ha fermato il 98 per cento del terrorismo suicida, può essere scavalcato, per esempio, dalla carta d’identità blu, quella degli arabi israeliani. Hamas può anche avere interesse a dimostrare che i colloqui fra Olmert e Abu Mazen sono inutili, e a lanciare avvertimenti al rais di Fatah: «Vai avanti pure, alla fine decidiamo noi sul campo».

Hamas ha approvato, la Jihad Islamica ha salutato e benedetto. Ovvero: parte di un piano o isolato che fosse, il terrorista era sostenuto da un solido senso di approvazione sociale per cui è bello e buono morire da martire jihadistico, lasciando ai propri genitori, anche se Israele toglierà loro l’assicurazione e la casa, un dono più grande, quello di essere l’ammirata famiglia di uno shahid. Il terrorismo continua a distruggere la tenue possibilità di un dialogo con i palestinesi. La cultura di violenza promuove i piani di Hamas e li rende vincitori anche mentre speriamo in qualche progresso: l’Onu deve condannare senza false equivalenze la persecuzione dei cittadini israeliani, che impedisce una pace duratura.