Il nuovo Milan riscalda anche Berlusconi

da Milano

Toh, chi si rivede. La Juventus riprende a pestare il prato di San Siro e ad annusare l’aria del campionato che le compete per storia e gloria. Si capisce quasi al volo che in attesa che maturino i talenti del vivaio, i leoni di Deschamps ruggiscono ancora: Buffon e Nedved, Trezeguet e Birindelli, il capo-branco Del Piero spandono intorno soavi giocate e regalano al pubblico (quasi quarantamila paganti per il sabato della Befana sono un record di attaccamento al calcio e alle sfide suggestive, ma troppi petardi sparati dai bianconeri) gol e spettacolo, oltre che numeri di gran classe. Per esempio Gigi Buffon che è un fuoriclasse nel suo ruolo ed esce dallo stadio tra gli applausi stregati dei suoi tifosi e di quelli dei rivali rossoneri. È il riconoscimento solenne per i suoi prodigi che valgono al pari di un paio di gol firmati in attacco: in un caso ha uno scatto di reni su una palombella velenosa di Inzaghi, nell’altro vola come un angelo custode a deviare una prodezza balistica di Seedorf. Si capisce perché Cobolli Gigli abbia una voglia matta di conservarlo anche in serie A, tra i gioielli di famiglia. La Juventus di queste settimane è una squadra che concede forse troppo in difesa e non solo per gli incidenti muscolari patiti da Chiellini, Boumsong, oltre che da Palladino, ma poi ha una forza d’urto cui neanche la difesa milanista riesce ad opporre adeguata resistenza. Convincono di più Kovac e Zebina che pure non sono dei mostri di bravura rispetto alla coppia di partenza, presa in mezzo da Gilardino e Inzaghi, autore di una serie di grossolani errori di mira prima di aprire la scena con la stoccata dell’1 a 0. Nella serata in cui conta più l’esperienza e la scorza dura che l’abilità, la Juve perde di vista i suoi promettenti giovanotti, Palladino sbiadisce dopo 20 minuti, Paro resiste a fatica nella trincea, offre una bella chance a De Ceglie e Venitucci ma poi si fa trascinare dall’unghiata di Nedved e dalla deviazione sotto porta di Del Piero. «Le grandi squadre non possono puntare sui giovani: devono maturare da altre parti mentre è un dovere morale valorizzare il vivaio, come fa il Milan», sentenzia alla fine Silvio Berlusconi che si gode qualche gioiellino sconosciuto.
Si rivede anche un po’ del vecchio, paralitico Milan che riscalda il cuore del presidente Silvio Berlusconi, tornato per l’occasione a Milano dalle vacanze e in gran forma (alla premiazione si presenta senza cappotto) per saldare il suo rapporto con l’evento e con la sua squadra, tornato magicamente stretto, strettissimo come ai bei tempi. Quasi per un gioco perverso del destino, proprio il Milan, la squadra accusata di trascinare i suoi stanchi eroi fino alla soglia della pensione, si assicura il trofeo Luigi Berlusconi con un giovanotto di grandi qualità. Aubameyang, ecco l’identità: è di passaporto francese (per via di madre, suo papà del Gabon), fa la punta nella primavera, è dotato di velocità ed è capace di colpire al cuore di Mirante, appena arrivato a rimpiazzare Buffon in porta, con un colpo di testa ben assestato su lancio teleguidato di Pirlo. Si nota subito che il Milan datato 2007, passato dalla prima settimana di lavoro a Malta, ha qualche freschezza in più e qualche incertezza in meno. E non solo perché Brocchi è capace di apparecchiare due assist (uno a Inzaghi, l’altro a Seedorf) mentre Pirlo decolla verso una condizione generale che lo avvicina alla forma mondiale dell’estate passata. Con un Pirlo così, premiato come il migliore della sfida, Ancelotti può tornare a inseguire con qualche possibilità il famoso quarto posto.
Il Milan parte con Inzaghi, si lascia raggiungere da Nedved e superare da Del Piero, poi rincorre e conclude la rimonta in modo concreto. Chissà se vuol dire qualcosa visto che il trofeo ebbe, in passato, una qualche chiave di lettura per i risultati ottenuti nella stagione. Forse sta per cambiare il vento. La Juve torna, torna di sicuro. E già questa Juve potrebbe ben figurare. Figurarsi con tutti i suoi campioni più tre rinforzi come si deve.