Il nuovo Nobel per la pace spedisce i soldati in guerra

ESCALATION In Pakistan ci sono più bombardamenti oggi che nell’era di Bush

«È la sua guerra ora». Così la copertina di Time ha raccontato l’annuncio di Barack Obama d’inviare 30mila nuove truppe (forse 33mila) in Afghanistan. È la guerra del Nobel per la pace. Il presidente americano riceverà infatti domani a Oslo il premio che il comitato norvegese gli ha assegnato per «i suoi sforzi straordinari di rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Intanto, 33mila soldati si stanno preparando per andare a combattere i miliziani di Al Qaida e i droni americani non smettono di colpire i santuari e le roccaforti talebane sul confine tra Afghanistan e Pakistan. Ieri, un aereo senza pilota ha sparato un missile nelle aree tribali del Nord Waziristan, uccidendo tre persone. Da quando Obama è il presidente degli Stati Uniti gli attacchi missilistici degli aerei senza pilota sul Pakistan, Paese amico ed alleato, sono stati circa 50. Perfino di più rispetto agli anni della presidenza di George W. Bush, il predecessore tanto contestato per le strategie di guerra della sua Amministrazione. Oggi, mentre Obama il «pacifista» va a ritirare il suo premio, migliaia di soldati americani sono in partenza per l’Afghanistan e nuove bombe scuotono l’Irak (ieri i morti a Bagdad sono stati almeno 120): anche agli occhi della sua base più radicale il presidente assomiglia sempre di più a Bush, il «war president».
«Il piano di Obama ricorda il surge di Bush in Irak», scriveva pochi giorni fa il Washington Post. È emblematico che con il suo discorso a West Point, accademia militare dell’esercito degli Stati Uniti, il presidente abbia attirato le lodi di un arcinemico, lo stratega repubblicano Karl Rove, e le critiche di gran parte del suo partito. E i sondaggi raccontano un gradimento in calo: secondo i numeri di Gallup è sceso addirittura al 47 per cento. Il sostegno democratico all’approccio di Obama sull’Afghanistan è diminuito da luglio di 22 punti. «Alcuni parrocchiani della Chiesa di Obama hanno scoperto l’altra settimana che il loro leader è un falso profeta», ha scritto sempre il Washington Post dopo l’annuncio dell’invio di altre truppe in Afghanistan, ricordando anche come il Nobel per la Pace abbia proposto un budget per la difesa maggiore rispetto a quello del presidente di guerra Bush. Il simbolo di questi parrocchiani è Michael Moore, entusiasta sostenitore di Barack Obama, spesso idealizzato a mitica figura capace di mettere fine a tutte le guerre e a tutte le emissioni di gas serra. Il regista era intervenuto prima dell’annuncio dell’invio di più truppe: «Farebbe la peggior cosa possibile - distruggerebbe le speranze e i sogni che milioni di persone avevano riposto in lei». L’appello non ha intimidito Obama. Il Nobel è andato avanti per la sua strada e nonostante sei mesi fa avesse detto di avere dubbi sull’utilità di un surge in Afghanistan, ha ordinato un aumento di soldati che in percentuale è maggiore rispetto a quello voluto da Bush in Irak. Il generale Stanley McChrystal (che ieri ha espresso sostegno alla decisione del presidente), aveva chiesto 40mila uomini. Ne arriveranno tra i 30 e i 33mila. Ma, con buona pace di Moore e dei membri del comitato di Oslo, vittime dell’obamite globale, il presidente era stato chiaro fin dall’inizio, molto prima dell’assegnazione del Nobel. Nel giugno 2008, in campagna elettorale, aveva detto: «Quando sarò presidente, farò della battaglia contro Al Qaida e i talebani la mia priorità». E aveva anticipato l’invio di più truppe.