Il nuovo Pablito «Vinco a Pechino poi il mondiale»

Giuseppe Rossi sulle tracce del Rossi mundial. «Voglio imitarlo: punto al titolo in Sudafrica, ma prima all’oro dei Giochi. Il Brasile con Ronaldinho? Meglio noi»

Tra un mese la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino, nel 2010 il titolo mondiale in Sudafrica. Giuseppe Rossi è uno sfacciato, non si preoccupa di dire quello che pensa, non ha peli sulla lingua. È l’emigrante numero uno del calcio di casa nostra, uno che a 21 anni ha già girato mezza Europa partecipando ai più vincenti campionati continentali: la Premiership con Manchester United e Newcastle, la serie A con il Parma due stagioni fa, la Liga col Villarreal di cui è diventato la punta di diamante. Ebbene il signor Rossi dimostra di avere le idee chiare, nel bene e nel male. «Lo dico ad alta voce, voglio l’oro olimpico», afferma deciso. «E non mi interessa se il Brasile può schierare Ronaldinho, Pato, Robinho e se l’Argentina mette in campo un certo Messi con Riquelme e Mascherano. L’Italietta del nostro mister Casiraghi può mettere nel sacco tutti. Perché anche noi abbiamo i pezzi da novanta: Montolivo, Acquafresca, il genietto Giovinco che sarà una autentica rivelazione. Senza scomodare il nostro fuori età Rocchi, che può davvero fare la chioccia in questa Italia dei giovani».
Si stenta quasi a credere a queste ferme convinzioni del «signor Rossi», ma appare così deciso da riuscire a coinvolgere quelli che l’ascoltano. «Fin da bambino sognavo di partecipare a un’Olimpiade e ora non sto più nella pelle. Se penso che vivrò nel villaggio olimpico, che incrocerò i più grandi campioni di ogni continente, che vedrò come si allenano, guarderò negli occhi Asafa Powell, Bolt, Tyson Gay, i miei idoli con i giganti del basket Usa e quella bellezza unica della Isinbayeva, mi viene già la pelle d’oca». Il ragazzo è un fiume in piena, difficile fermarlo: «Sono proprio curioso di vedere come si vive a Pechino. Quest’aria misteriosa che arriva dall’estremo oriente mi ha sempre eccitato e ora potrò finalmente respirarla a pieni polmoni».
Ma i sogni di Rossi non si fermano alla Cina. «Penso anche al Sudafrica, ho conosciuto il ct Marcello Lippi, so che mi tiene d’occhio e non voglio deluderlo. Per lui vorrei essere quello che per Bearzot, nel 1982, è stato il Rossi vero, Paolo tanto per intenderci. Sì vorrei davvero poter giocare la finale mondiale nel 2010 e fare gol come Pablito. Entrerei nella storia, da anonimo Rossi a Rossi mondiale. Ma un passo per volta, prima l’oro olimpico».
Il fatto di giocare in un campionato estero, esempio lampante della fuga dall’Italia dei nostri talenti, non lo smuove di un millimetro. «Sono un professionista, amo il calcio e poi all’estero sto bene e, in particolare, al Villarreal sto benissimo. Fuori Italia si impara di più e i giovani possono crescere e maturare senza tutte quelle pressioni che ci sono nel bel Paese. Basta guardare l’esempio della Spagna, spazio ai giovani ed è arrivato uno storico titolo europeo. Io nel Villarreal gioco con Senna, Capdevila e Cazorla, nazionali spagnoli. Le “furie rosse” in campo si divertono e da noi hanno imparato un po’ di equilibrio, assommano qualità a quantità, ecco perché possono aprire un ciclo».
Insomma per Giuseppe Rossi, l’oro olimpico è un passaggio verso altri traguardi. Segna a ripetizione ovunque si trovi: nel Manchester, col Parma, addirittura 11 gol che hanno permesso al Villarreal di conquistare il secondo posto dietro al Real Madrid. «Lo scudetto in Italia non mi manca, per ora. Di tempo ne ho davanti. Adesso ho nel mirino Pechino, poi vedremo. Ci vuole pazienza, un passo alla volta e si arriva a tutto».
Idee chiare e cervello fino, il signor Rossi sa davvero quello che vuole.