«Nuovo patto? Discutiamo ma non siamo mica scemi»

RomaMinistro Altero Matteoli, dopo lunga ansiosa attesa Gianfranco Fini ieri ha finalmente detto la sua. Ma il quadro non è chiarissimo, a occhio. Ha aperto la crisi di governo o no?
«In effetti questa giornata è stata segnata da talmente tante anomalie che francamente rispondere a una domanda tecnicamente semplice come questa non è così facile...».
Ci provi.
«Al momento non c’è nessuna crisi. Sarà il Parlamento a stabilirlo, quando noi ci presenteremo in aula con i nostri provvedimenti: se c’è chi vuole la crisi, voterà contro e vedremo se c’è o no una maggioranza».
Quindi siamo ancora al gioco del cerino?
«Beh, mi pare che oggi Fini abbia tentato di passarlo a Berlusconi, mentre nel frattempo Bersani e Di Pietro lo passavano a lui. Ma gli si è spento in mano».
Nel senso che il premier non si dimette, come gli ha chiesto Fini?
«Ho parlato con Berlusconi, e le assicuro che a tutto pensa fuorché a dimettersi. E lo stesso vale per ciascuno di noi che facciamo parte del suo governo. Quella richiesta di dimissioni appare del tutto pretestuosa: se vuole rinegoziare un patto di governo, perché non si mette a un tavolo e lo fa, ora? Noi siamo pronti a discuterne».
Invece Fini dice che prima Berlusconi se ne deve andare.
«E ha tutta l’aria di una trappola. Noi saremo anche poco bravi a governare, come Fini ci dice, ma se pensa che siamo anche scemi si sbaglia. Eppure ci dovrebbe conoscere bene».
Veniamo alle anomalie. Quali sono?
«La prima è quella di un presidente della Camera, terza carica dello Stato, che si mette a fare il capo partito, seguendo il percorso inverso rispetto a tutti i suoi predecessori. Cossiga si autosospese dalla Dc, Casini e Bertinotti - che erano segretari nazionali dei loro partiti - si misero da parte durante il mandato a Montecitorio. Con Fini, per la prima volta nella storia della Repubblica, abbiamo assistito ad un presidente della Camera che proprio occupando quello scranno decide di far nascere un nuovo partito».
E la seconda?
«Come ricorderà lei, e pure Fini, solo poche settimane fa Berlusconi si è presentato davanti alle Camere con un programma di fine legislatura. E ha ottenuto la fiducia a larga maggioranza. Era il 29 settembre: cosa è accaduto da allora ad oggi per arrivare a minacciare il ritiro dei ministri e a intimare a Berlusconi di dimettersi, per rinegoziare governo e programma? Non lo so. O meglio, lo so: niente, niente che possa indurre ad un cambio di posizione così radicale da Futuro e Libertà. La terza anomalia riguarda l’Udc».
Che ha fatto l’Udc?
«Beh, oggi Fini sembrava parlare anche in suo nome. Ma vorrei sapere se Pier Ferdinando Casini lo aveva delegato a farlo, perché finora non mi risulta che Udc e Fli siano la stessa cosa».
Ma anche voi del Pdl avete auspicato un’intesa con l’Udc.
«Io sono stato sempre favorevole al dialogo con i centristi, anche quando nel Pdl andava tutto bene. È un partito che è nato con noi nel ’94, che ha un elettorato di centrodestra affine al nostro. Sono favorevole ad aprire le porte a Casini, e anche Berlusconi lo è».
E allora dove sta il problema?
«Che non credo che Casini possa farsi rappresentare da Fini, che ha un ruolo totalmente diverso. L’Udc ha avuto il coraggio di dire no a Berlusconi, nel 2008; ha rischiato in proprio con una lista autonoma e ha vinto la scommessa, entrando in Parlamento. Ora avrebbe tutto il diritto di chiedere un negoziato che passi anche per una crisi di governo, se vuole entrare in maggioranza. Ma i parlamentari di Fli sono eletti nelle liste di Berlusconi, hanno giurato sul programma di Berlusconi, i ministri sono stati nominati da Berlusconi: il diritto che ha Casini, Fini non lo può proprio reclamare».