Il nuovo piano di Alitalia per "decapitare" Malpensa

L’azienda torna "romana". Linate: "Impossibile sostenere i costi di un raddoppio dell’attività". La Sea deposita la richiesta di danni da 1,25 miliardi

Milano - Dopo dieci anni, l’Alitalia «scopre» che Linate fa concorrenza a Malpensa e decide di «decapitare» lo scalo intercontinentale facendo di Fiumicino il suo unico «hub». Perché con tanto ritardo? «Meglio tardi che mai» ha risposto laconicamente il direttore della divisione passeggeri e cargo, Giancarlo Schisano, durante la presentazione del nuovo network della compagnia. Alitalia sostiene di perdere almeno 200 milioni all’anno a causa di Malpensa e ritiene indifferibile porre fine a questa emorragia. La decisione viene applicata oggi per una ragione molto semplice: finora la casse dello Stato hanno continuato a finanziare Alitalia. Oggi ai cosiddetti «aiuti di Stato» non è più possibile accedere. Così, zac!, si torna indietro di dieci anni. La Sea (aeroporti di Milano), che ha quantificato in 1,25 miliardi i danni per il ridimensionamento dell’attività di Alitalia, proprio ieri ha depositato la causa al tribunale di Busto Arsizio; la notifica arriverà nell’arco di qualche giorno. Sarà guerra, visto che il presidente della compagnia, Maurizio Prato, ha già annunciato una controffensiva da 1,5-2 miliardi.

Con l’orario estivo (che entra in vigore il 31 marzo), Alitalia cambia radicalmente la fisionomia della propria attività, puntando nuovamente su Fiumicino, che dal 1998 aveva «ceduto» il traffico intercontinentale al nuovo scalo di Malpensa. Alitalia torna a essere «romanocentrica»; anzi, conferma di esserlo sempre stata nei fatti. Perché la scelta di oggi, giudicata dalla compagnia praticamente ineluttabile, è stata fortemente condizionata da anni di mancate scelte: Alitalia ha basato a Malpensa soltanto tre aerei della sua flotta (che ne conta 180); non vi ha trasferito attività di manutenzione e di servizi; non vi ha radicato un sufficiente numero di dipendenti. Penoso e costoso quell’andirivieni quotidiano tra Fiumicino e Malpensa di equipaggi romani pronti a prendere servizio in Lombardia: un po’ come se la Fiat mandasse su e giù ogni giorno gli operai tra Torino e Termini Imerese.

Il cambio di direzione illustrato ieri è contenuto nel piano elaborato nel settembre scorso, il cosiddetto piano di «sopravvivenza». La motivazione è semplice: Roma viene considerata al centro di flussi di traffico «naturali», Malpensa no. In altre parole, mentre, a Roma, Fiumicino è un aeroporto sia di destinazione, sia di transito, a Milano l’aeroporto di destinazione è Linate, quello di transito Malpensa. «Non è più possibile sostenere i costi del raddoppio di attività» ha detto sostanzialmente Schisano. Così gli intercontinentali (14) vengono trasferiti a Roma, dove viene aumentato il traffico di alimentazione dalle città italiane; a Malpensa restano i collegamenti per New York, Tokio e San Paolo. Cancellate definitivamente le destinazioni (3) verso India e Cina, fonti di perdite di 50 milioni all’anno («nemmeno Iberia o Sas ci vanno»). Cancellati a Malpensa tutti i voli di «fideraggio», tipici dell’attività di smistamento di un hub. Alitalia rinuncia a 180 movimenti, e le destinazioni dallo scalo lombardo scendono da 100 a 83, più 23 operate da Volare in regime «low cost». A Fiumicino le destinazioni aumentano da 62 a 77. Nel suo complesso, il network di Alitalia si contrae da 2.911 a 2.390 frequenze settimanali, con un calo all’incirca del 20%. Alitalia annuncia che a Malpensa saranno migliorati gli orari «business» e che vi saranno basati 20 aerei; da Roma sarà rilanciato il vecchio collegamento con Los Angeles. Schisano è stato molto netto: «Malpensa non è un problema di Alitalia, ma un problema di mercato».

Mentre la trattativa con Air France prosegue e il suo presidente, Jean Cyril Spinetta, è atteso per metà mese a Roma per incontrare i sindacati, continua il pressing lombardo teso a ottenere la sospensione del piano Alitalia («ormai sono tutti d’accordo» ha detto il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni). Per il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, sarebbe «opportuno» rinviare la vendite, seppur «legittima», a un governo che se ne possa assumere la responsabilità politica. In Borsa, dopo uno strappo fino a più 3%, il titolo Alitalia ha chiuso a meno 1,78%.