Nuovo ribaltone di Scalfaro Ora si iscrive nel partito della «giustizia a tempo»

Il senatore a vita al «Corriere»: «L’avviso di garanzia recapitato a Napoli arrivò a Berlusconi con un tempismo singolare»

Ieri mattina c’era gente che dopo aver ascoltato la rassegna stampa è tornata a letto, non ci poteva credere, altri rileggevano la frase più volte pensando che il Corriere della Sera fosse incorso in un increscioso errore di stampa, e invece no, Oscar Luigi Scalfaro l’aveva detta davvero: «L’avviso di garanzia che fu recapitato a Berlusconi a Napoli, durante il vertice dell’Onu del ’94, arrivò con un tempismo singolare. Oggi come allora la domanda è dove fosse l’urgenza. E bisogna riconoscere che anche fatti come questi, uniti a certi atteggiamenti ultradifensivistici del Csm, contribuiscono ad alimentare la sfiducia nei cittadini».
E va bene che l’aria è cambiata e soprattutto i governi, e va bene che tempi e modalità e peso delle accuse rivolte ai Mastella insospettirebbero anche Di Pietro se fosse una persona normale: ma qui, davvero, manca solo Francesco Saverio Borrelli a dire che Mani pulite fu un golpe, dopodiché l’archiviazione della memoria sarà terminata e i ruoli del tutto capovolti. Cioè: Scalfaro, l’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, 14 anni dopo si mette a dire ciò che non disse né allora né mai, e parla del più deflagrante avviso di garanzia della storia di Mani pulite (causa oggettiva della caduta di un governo) avallando le più berlusconiane benché ovvie tesi di allora. La mente vola a come si comportò giusto allora, nel’94, ma prima di ricordarlo occorre rispolverare l’archivio per inquadrarla un minimo, la sua presidenza da Caronte attraverso l’Inferno di allora. Perché Scalfaro è l’uomo che a fine maggio 1992, col Paese a pezzi e la salma fumante di Falcone, si insediò con un discorso che cavalcava l’onda e tuonava contro politica&affari, distinguo zero. È l’uomo che all’alba del 1993, mentre perquisivano le sedi di partito e arrestavano e inquisivano mezza classe dirigente (in quei giorni anche l’assolto Bruno Tabacci) di fronte a un Parlamento sbigottito non disse altro che «ciò che è proprio dell’azione della magistratura non va confuso con il dibattito politico». Fine. Anzi no, perché il 26 febbraio successivo la sua proposta politico-istituzionale più moderata per evitare l’ecatombe fu questa: «I politici corrotti dicano tutto, restituiscano il maltolto e rinuncino all’elettorato passivo». Fine.
Anzi neanche, perché i primi di marzo, quando si tentò di varare il decreto Conso per depenalizzare il finanziamento illecito della politica, di fronte al veto del pool di Milano non disse una parola e il decreto si limitò a non firmarlo. Ma poi toccò a lui, e questo qualcuno lo ricorda: nel tardo novembre 1993 alcuni funzionari del Sisde dissero che anche lui aveva avuto accesso ad alcuni fondi riservati (come già ammesso da quasi tutti gli ex presidenti della Repubblica) e però Scalfaro non disse che li aveva presi e destinati a fini istituzionali, come ci si aspettava, ma interruppe la programmazione nazionale con un messaggio unificato: il celebre «io non ci sto», giacché «prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso degli scandali. È in atto un tentativo di lenta distruzione dello Stato. A questo gioco al massacro io non ci sto, non per difendere la mia persona». Non per quello. Poi, fatto pressoché unico nella storia nazionale, coloro che lo chiamavano in causa furono incriminati in base all’articolo 289, «attentato a organo costituzionale», sicché ogni loro ulteriore parola contro Scalfaro sarebbe risultata solo come un’aggravante contro di loro. E tutto finì. Del resto Scalfaro ci stava solo per altri: pochi giorni prima, quando la Camera dei deputati aveva rigettato per soli tre voti la richiesta d’arresto per l’ex ministro Francesco De Lorenzo (richiesta solo di arresto, non di indagine) aveva parlato di «voto intollerabile» e disse che era stato tentato di sciogliere le Camere. Eppure il famoso Decreto Biondi, quello del luglio 1994 già detto «salvaladri», Scalfaro poi lo firmò. E andò come andò, col Pool di Milano a protestare davanti alle telecamere affinché anche il decreto fosse ritirato: Scalfaro si preoccupò solo di smentire la notizia, pubblicata dal Corriere, secondo cui si era infuriato assistendo in Tv al proclama del Pool. Di più: telefonò a Borrelli come raccontato da quest’ultimo nel libro Mani pulite di Barbacetto-Gomez-Travaglio: «Mi ha telefonato per esprimere il suo grave disappunto».
Poi eccoci al fatidico avviso di garanzia che secondo Scalfaro, lo Scalfaro di oggi, fu sospetto e inopportuno. Che cosa disse o fece, allora, Scalfaro? Niente. Meglio: il 22 novembre 1994, dopo che Berlusconi aveva lo aveva pubblicamente invitato a sostenerlo come presidente del Consiglio «senza tentennamenti né ambiguità», rifiutò di ricevere proprio lui, Berlusconi. Telefonò a Gianni Letta e gli disse: «Ma chi è Berlusconi? Da chi riceve il mandato? Come si permette di dire quelle cose sulla magistratura e sulla mia persona?». Il 24 novembre Berlusconi chiese ancora e invano di essere ricevuto al Quirinale, ma Scalfaro gli fece sapere che doveva ricevere il presidente della Guinea-Bissau e una delegazione della Coldiretti. Seguirà ribaltone, con Scalfaro a benedire. Eccolo lì Scalfaro, la sua storia maggiore, la sua biografia cui accompagnare la sua rinnovata memoria.