Il nuovo Risorgimento della narrativa

Re, briganti, garibaldini: i 150 anni dell’Unità rilanciano l’epopea nazionale come materia romanzesca per i nostri scrittori. Il "caso" dell’esordiente Mari
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«Nelle redazioni dei quotidiani, quando vogliono fare fuori qualcuno, lo mandano ad occuparsi della Locride. Il Risorgimento? È la Locride della narrativa» ci spiega Giancarlo De Cataldo a proposito della genesi de I traditori (Einaudi), il suo romanzo sul lato oscuro di quell’epoca storica, tra 44 personaggi, tagliagole, pittori, lord, donne visionarie, poliziotti, mafiosi, alcuni eroi, altri traditori. «Quando nel 2003 venne da me Mario Martone e mi disse “Voglio lavorare sul Risorgimento” per la sceneggiatura di Noi credevamo, sono scappato: ero convinto di dover esplorare una stagione morta, di vecchi. Quando io stesso andai dal mio editore e dissi “Voglio scrivere un romanzo sul Risorgimento” ci furono conciliaboli, poi mi dissero “Te lo facciano scrivere perché sei tu, ma il Risorgimento è uno di quei temi di cui non importa nulla a nessuno”».

E invece le posizioni conquistate in classifica da De Cataldo dimostrano il contrario, così come le 28 copie iniziali del film Noi credevamo distribuite nelle sale si sono rivelate insufficienti: «Che si racconti il Risorgimento piuttosto che fare un dibattito politico permette un avvicinamento privo di pregiudizi» prosegue De Cataldo. «I materiali sono lì a disposizione di tutti, insieme alle storie dei nostri padri. Poi ognuno ci mette la sua: perfino Umberto Eco lo ha fatto nel Cimitero di Praga. E comunque la mia, di storia, è unitaria».

E mentre il 2011 si affaccia con la sua lista infinita di celebrazioni annunciate e il suo elenco telefonico di saggi, ripescaggi, ripubblicazioni storiche, ci viene il sospetto che stia proprio nella formula narrativa il segreto per affrontare il tema dei 150 dell’unità d’Italia in modo vincente. Di certo ci ha creduto Feltrinelli, che affida il debutto d’anno in libreria a un esordiente italiano, Alessandro Mari, trentenne bustocco, traduttore, ghostwriter, ex allievo della scuola Holden, che su quel periodo storico ha prodotto in quattro anni una mole di oltre 700 pagine. Troppo umana speranza (euro 16, in libreria dal 12 gennaio) è la storia dell’«idiota» Colombino, da Sacconago, solo al mondo dopo la morte del curato che gli ha fatto da padre, che decide di andar dal Papa a chiedere aiuto per fronteggiare la famiglia della bella Vittorina e averla in sposa e invece finisce per diventare attendente di Garibaldi. Ma anche di Leda, che fugge dal reclusorio e diventa spia per Mazzini. Di Lisander, spacciatore di «callopornie», ritratti erotici di povere dementi, che ruba immagini durante le Cinque Giornate. E delle battaglie di don José Garibaldi e della sua amata Aninha.

«Perché un romanzo? Perché avevo una storia individuale nata prima di tutto» ci racconta Mari in anteprima. «Colombino, del tutto inventato, ha quell’ingenuità che non puzza di morte, la capacità di attraversare le cose della vita con una devozione addosso. Affronta dieci anni di odissea per riuscire a conquistare una ragazza e rappresenta una parte d’Italia». Di andare a vedere Noi credevamo al cinema gli è stato vietato: le immagini della meglio gioventù risorgimentale avrebbero potuto influenzarlo. Mari però ha le idee chiare sulle differenze fondamentali tra la sua opera e quella del regista: «Le mie intenzioni sono diverse da quelle di De Cataldo e Martone: non volevo raccontare un periodo storico, né la violenza di quei tempi e le sue motivazioni, ma un afflato di libertà che gli italiani avevano già e su cui Mazzini ha agito solo come catalizzatore. Come accade a un bambino davanti a una buca, che prima di saltare deve “caricare” il salto, un secolo e mezzo fa c’era qualcosa nell’aria che ha caricato il Risorgimento».

E se c’è chi ha fatto da apripista e ha romanzato il Risorgimento ben prima che si aprissero le danze dei 150 anni - come il romanzo di briganti di Luigi Guarnieri, I sentieri del cielo (Rizzoli), o quella d’amore tra Aspasia, musa delle Cinque Giornate, e il giovane patriota Jacopo, di Antonio Scurati, Una storia romantica (Bompiani) - De Cataldo, Martone e Mari non sono gli unici contemporanei ad essersi misurati sulla narrativa risorgimentale. Per il 2011 ci attendono anche Regina di cuori di Gianni Farinetti (Marsilio, in uscita il 9 febbraio), in cui si narrano i quattro ultimi giorni di Vittorio Emanuele II e i suoi ultimi pensieri sull’amante, la bella Rosina, e Mirafiori, il figlio maschio prediletto che la quattordicenne figlia di un tamburo maggiore, incontrata a Racconigi, gli diede.

Da penna femminile è nato invece Croce e delizia (Marsilio, pagg. 960, euro 22) di Milli Dandolo, riedizione in veste moderna del romanzo pubblicato nel 1944 della scrittrice veneziana. Quasi mille pagine in cui il ruolo della donna nel Risorgimento è raccontato con accenti profondamente romantici, un volume per decenni smarrito e ripubblicato proprio pochi giorni fa con una prefazione di Antonia Arslan, per celebrare il 150° anniversario.