Nuovo scandalo: l'Italia degli indegni

Top manager, fannulloni, giudici: vi sveliamo l'altra "casta". Quella di chi guadagna troppo e fa carriera

Vedo nella classifica degli stipendi dei manager, pubblicata ieri sul Giornale, molti volti di amici che incontro frequentemente, spensierati e spiritosi e leggo e rileggo le cifre che indicano i loro compensi. Penso a errori di stampa quando leggo che lo stipendio più alto è quello di Luca di Montezemolo (sette milioni di euro l’anno circa) e poi trovo in cima alla classifica Matteo Arpe con vertiginosi 37milioni 405mila 281 euro. Nelle note, su fondo grigio, poi leggo una didascalia che puntualizza le ragioni dello scarto come «indennità di risoluzione rapporto di lavoro»; e mi tranquillizzo, almeno per quanto riguarda la correttezza dell’informazione.

Resto invece inquieto per la quantità di danaro, che nella spontaneità delle mie reazioni, ha già motivato il malumore di Montezemolo dopo anni di cordialità e amicizia soprattutto nel ricordo di «Gigiolé» a Brisighella, un ristorante pieno di poesia, non solo gastronomica, in cui trascorremmo ore liete e allegre. Naturalmente ho considerazione e stima per Montezemolo e credo che dopo, e sulla scia di Gianni Agnelli, abbia rappresentato l’immagine positiva dell’Italia creativa e produttiva, in quella sintesi perfetta di arte, di competizione e di industria che è la Ferrari vincente da lui presieduta. Sono anche scevro da invidia, come sa chi mi conosce, per orgoglio e per compiacimento per le capacità degli altri, che rendono più facile anche la mia azione: velocità, intuizione, intelligenza nel cogliere le situazioni. Epperò, ricordo, in una puntata pauperistica da Santoro, quando lessi la cifra dello stipendio di Montezemolo, corrispondente a 19mila euro al giorno, come indica il Giornale, ebbi una reazione immediata di irritazione, e al populista televisivo che comparava stipendi di dirigenti e stipendi di operai, rimbalzai con rabbia e orgoglio il mio stipendio di assessore alla cultura del Comune di Milano di 3.900 euro al mese.

Non volevo offendere Luca e non volevo mettere in discussione il suo merito ma osservai che non mi sembrava di valere tante volte meno quante indicava la disparità dei nostri stipendi. Lo dissi con eccessivo sarcasmo e, dopo qualche mese, a Parigi, alla Camera di Commercio, lo trovai insolitamente freddo e distante, al punto da non ricordarmi nel suo ampio discorso, pur essendo io una delle poche autorità italiane presenti, e dicendomi, alla fine, chiaro e tondo che non gli ero piaciuto nelle mie considerazioni e che Santoro non sarebbe stato dalla mia parte soltanto perché io avevo preso le distanze da lui. Convenni sul mio errore e sulla mia indelicatezza. Ma è evidente a tutti che abbiano una qualche considerazione di sé che le tante polemiche sui compensi dei parlamentari appaiano non dirò ingiustificate ma abbastanza pretestuose se si vedono i compensi dei dirigenti anche, indipendentemente, dai risultati dell’azienda. Leggo i nomi quasi di compagni di giochi come Carlo Puri e Carlo Buora, il secondo in particolare, che non avrei mai immaginato vedere tanto distanziati da me comparando il loro lavoro al mio.

Eppure io ho avuto fortuna e sempre adeguati riconoscimenti, tra televisione e diritti di autore per i miei libri per il mio impegno intellettuale. E dunque c’è qualcosa di incomprensibile che non è riconducibile né al privilegio né al merito, né alla fama, né all’impegno, una sorta di mistero che nella semplificazione è comodo attribuire al mondo della politica nel quale appare più evidente la inettitudine premiata. Ma ciò accade per un vizio del sistema che ha reso impossibile esprimere qualità e capacità attraverso il grottesco sistema elettorale che consente a una ristretta oligarchia di nominare i rappresentanti, impedendo al popolo di eleggerli. Così non sarà chi è più bravo ad andare in Parlamento, ma chi ha dimostrato più obbedienza e disponibilità evitando di assumere posizioni distinte e di muoversi in favore del proprio elettorato. Chi ha inventato la grottesca formula del «voto di scambio», come espressione di illegalità, come se essa non fosse la condizione di un contratto fra gli elettori e l’eletto che definisce compiti e doveri.

L’obiettivo è facile ma difficile è il rimedio, dal momento che, per definizione (si veda il caso di Pannella) chi ha una posizione che indica battaglie e valori non viene neppure candidato. Ma il mistero è così fitto che è difficile anche indicare una soluzione, e non mi riferisco soltanto al mondo della politica. Come far sì che un insegnante guadagni per quello che sa, con l’alta responsabilità di indirizzare i giovani; e come pensare che con stipendi tanto bassi la classe insegnante possa impegnarsi per dare ciò che è necessario. Le condizioni sfavorevoli consentono eccezioni imprevedibili. E come garantirsi che un magistrato abbia il giusto equilibrio e non condanni l’indagato a un’attesa troppo lunga? Sarebbe giusto invocare il merito, nell’impresa, nella politica, nella scuola, nella giustizia se il merito potesse farsi valere. Ma il vero dramma è l’indistinzione: pagare chi fa e chi non fa, chi è capace e chi non è capace allo stesso modo. E anche nel mondo dell’industria alcune «rendite di posizione», come abbiamo visto prescindono dalla produttività. Che fare, dunque? La rivoluzione.