Nuovo stop dall’Europa. Padoa-Schioppa sbotta: "Sono ultrà ortodossi"

Gli uffici studi di
Camera e Senato rilevano che il Dpef non rispetta l’indicazione
europea di ridurre in modo strutturale il deficit del 2008. Un dettaglio che potrebbe innescare "perplessità" da parte europea. Ma il ministro dice che il governo "ha pienamente assolto tutti gli
impegni nei confronti di Bruxelles"

Roma - Sul Dpef sembra in corso una partita di ping pong. Gli uffici studi di Camera e Senato rilevano che il documento non rispetta l’indicazione europea di ridurre in modo strutturale il deficit del 2008. Un «dettaglio» che - prevedono i tecnici di Montecitorio e Palazzo Madama - innescherà «perplessità» da parte europea. Per Tommaso Padoa-Schioppa, invece, il governo «ha pienamente assolto tutti gli impegni nei confronti di Bruxelles. Anche se non seguirà l’ortodossia ultrà» della Commissione Ue.
Se lo facesse - aggiunge il ministro ascoltato dalle commissioni Bilancio di Camera e Senato - sarebbe necessaria nel 2008 una manovra da 10 miliardi di euro. Invece, il ministro ribadisce in Parlamento che non intende agganciare alla legge finanziaria una manovra correttiva. Quindi, lascia correre il deficit su livelli diversi da quelli indicati dalla Commissione europea.
Proprio mentre - e qui si inserisce un esempio di ping pong - Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea (nel cui board sedeva fino a poco tempo fa lo stesso Padoa-Schioppa) lamenta «con preoccupazione» un allentamento delle politiche di consolidamento dei conti pubblici. Insomma, intravede come alcuni Paesi tendano a non rispettare gli impegni assunti con Bruxelles.
Ma non è finita. Lo stesso Trichet invita tutti gli Stati membri a non abbandonare la strada delle riforme strutturali, e quella della previdenza su tutte. «Ogni proposta che va nel senso dell’indebolimento della strada prescelta non sarebbe per noi raccomandabile e questo vale» anche per la riforma delle pensioni in Italia. Insomma, secondo la Bce non si deve toccare lo scalone previdenziale.
Al ministro dell’Economia, durante l’audizione, i parlamentari chiedono se il governo intende o meno mantenere in vita l’aumento dell’età pensionistica da 57 a 60 anni. «L’argomento - risponde il ministro - non è all’ordine del giorno di questa audizione e mi astengo dal rispondere». Poi corre a Palazzo Chigi per un vertice sull’argomento. Atteggiamento per il quale i deputati azzurri Gaspare Giudice e Antonio Verro lo accusano di «reticenza».
In questo scambio di ping pong su pensioni e Dpef si inseriscono ancora una volta gli uffici tecnici di Camera e Senato. Le previsioni tendenziali del Dpef sulla spesa previdenziale - scrivono - «incorporano la legislazione vigente, compresa la revisione decennale dei coefficienti di trasformazione». Insomma, sui conti pubblici degli anni futuri non vengono calcolati gli effetti di risparmio determinati dall’aumento dell’età pensionistica legati allo scalone, ma sono conteggiati quelli determinati dalla riduzione dei coefficienti di calcolo dell’assegno dei futuri pensionati. La revisione dei coefficienti è prevista dalla Legge Dini del 1995; e per evitare di applicarla il governo precedente varò la riforma Tremonti-Maroni sull’allungamento dell’età per le pensioni di anzianità. Non a caso, è proprio l’eventuale intervento sulle pensioni a preoccupare maggiormente l’agenzia Moody’s. Anche se per il momento non ritiene di modificare il rating sul debito pubblico.
Nell’ambito della partita di ping pong, si inserisce lo scambio di battute sull’andamento della spesa e la «tenuta» delle entrate. Secondo Padoa-Schioppa, il gettito continua a essere «buono». Mentre per i tecnici di Montecitorio e Palazzo Madama ci potrebbero essere rischi non calcolati sullo slittamento dei termini di versamento degli studi di settore. Ed ancora, il Dpef non indica come vengono reperite le risorse per ridurre l’Ici sulla prima casa. Vale a dire, ci potrebbero essere rischi sulla dinamica della spesa.
Un punto sul quale concorda lo stesso ministro. L’emergenza dei conti pubblici è terminata, annuncia in Parlamento. Ma riconosce che l’andamento della spesa «non ci soddisfa». Le cause sono determinate dalla modifica del regime dei ticket sanitari, «dalla decisione di riaprire la negoziazione del contratto del pubblico impiego, ma anche dagli aumentati tassi d’interesse». L’altro giorno l’Istat ha rivelato che in un anno la spesa per interessi è cresciuta di oltre il 12%.