Il nuovo teatro inglese ora sperimenta l’ipnosi

La compagnia degli Artefatti porta in scena «An oak tree», l’ultimo testo dell’attore e drammaturgo inglese Tim Crouch

Domani si chiude al Belli la rassegna di drammaturgia britannica «Trend». E si chiude con un autore quanto mai esemplificativo di quella capacità profonda di sperimentare di cui il teatro d'oltremanica si nutre e ci nutre da sempre: Tim Crouch, attore di solida formazione shakespeariana e, al contempo, drammaturgo assolutamente abile nel rompere la tradizione. Fino al punto di costruire testi che forzano la loro stessa natura di «tessitura» scritta (e dunque «immobile») per aspirare, viceversa, ad una mobilità aleatoria e giocoforza ambigua. Quanto succede in An oak tree, primo titolo del dittico «Ab-Uso» composto pure da My arm e qui realizzato con ottimi risultati da Fabrizio Arcuri per l’Accademia degli Artefatti, dipende infatti essenzialmente dal «momento», dagli attori di volta in volta impegnati in scena, dall’«ospite» sempre diverso che a ogni replica, non sapendo cosa andrà a fare, misteriosamente farà, reciterà, starà ai patti stabiliti da una partitura di improvvisazione che non si struttura «prima» dello spettacolo (come non ricordare la Commedia dell'Arte?) bensì «durante». Quasi fossimo dentro una performance: un'esercitazione di environmental theatre simile a quelle siglate, negli anni ’60-’70, dall’Open Theatre, dallo Squat Theatre, da Kaprow o Kirby. Bastano le prime battute per capirlo: un attore saluta il pubblico (la sera in cui chi scrive ha visto la piéce si trattava del bravo Pieraldo Girotto), si presenta, annuncia che uno degli spettatori/attori in sala (nel nostro caso Marco Solari, ma tra i partecipanti figurano anche Claudia Pandolfi, Massimo Verdastro e, questa sera, Angelo Orlando) ha accettato di recitare qualcosa che non conosce: «Ci siamo incontrati solo mezz’ora fa». Anche altri «volontari» reclutati in sala potrebbero essere coinvolti nel gioco. Sebbene in realtà sia lo stesso imbonitore/ipnotizzatore che funge da «demiurgo» tra azione e fruizione a confondere le acque, alludendo a un pubblico «traslato» di un anno rispetto all’hic et nunc della rappresentazione. E il bello è che in questa sfuggente struttura aperta si profila comunque una storia (dolorosa e tragica) risolta su piani narrativi diversi. Ma svelarla significherebbe contravvenire alla «necessaria» sorpresa del momento!