«O parlate di laicità o mi candido davvero»

RomaGli faccio a bruciapelo una battuta: «Lo farebbe un ticket con la Binetti, per la leadership del Pd?». Ignazio Marino mi risponde bene (da fuoriclasse) senza pensarci su, con una faccia serissima: «Non lo farei neanche morto. Sarebbe il modo migliore per non prendere nemmeno un voto». Chiedo: in che senso? Stavolta il sorriso arriva sul viso del senatore Pd: «Be’, un ticket come questo... il mio voto non lo avrebbe nemmeno sotto tortura. E temo che anche la Binetti, nel segreto dell’urna, finirebbe per astenersi, eh, eh, eh...». Insomma, l’uomo del giorno, nel gran calciomercato delle primarie democratiche è lui. Sergio Chiamparino getta la spugna e annuncia che non si candiderà. E invece Marino si prenota: «Ci sto pensando seriamente». Da quasi un anno, ormai, il nome del chirurgo dei trapianti è un simbolo per una parte della sinistra, un bene rifugio, una sorta di bandiera, il vessillo del parlamentare più impegnato sui temi della laicità. All’assemblea dei «Lingottini» (i giovani leoni del Pd) Marino è stato salutato da un’ovazione. Non è un politico di professione, e anche in questa intervista spiega perché non lo consideri un handicap. Anzi. E se per un azzardo diventasse leader due o tre cose da fare in testa le ha già.
Marino, è lei l’ormai fantomatico «terzo uomo», delle primarie Pd?
«Sono pragmatico. Non amo chi dice cose del tipo: “No, non ci tengo”, “Non so...”, “Non mi va però...”».
Oppure il mitico: «Gli amici me lo chiedono...», la forma più alta del democristianese, secondo Carlo Verdone
«Mi scusi, ma qui però sono in imbarazzo io: a me lo chiedono davvero in tanti, ci crede?».
Allora perché dice che ci sta pensando? Dica che si candida...
«Provo a spiegarle cosa mi passa per la testa. Io non sono un politico di professione, prima del Pd non ho mai avuto in tasca una tessera di partito. Se altri candidati riescono a dar corpo alle battaglie che mi stanno a cuore li sostengo volentieri».
E finora non c’è un candidato che la soddisfi sui temi della laicità?
«Devo dirlo onestamente? Per ora non ne parla nessuno, ed è grave».
Sta forse nicchiando per alzare la posta?
(Ride). «Noohhh!... Questi giochetti di politichetta minore non li capisco e non mi interessano».
Però so che stamattina due dei principali leader del Pd la cercavano, e lei si è negato.
«E come lo sa?»
Voci dei palazzi della politica...
(Ride). «Se davvero le è arrivata così le spiego: mi sono negato solo perché stavo visitando, e non potevo certo discutere di primarie davanti ai miei pazienti, che dice?».
Lei continua a visitare e a operare un giorno a settimana. È un vezzo?
«No, al contrario. È una mia esigenza personale».
In che senso?
«Primo: un chirurgo è come un giocatore, che se smette di allenarsi si imbrocchisce.... Secondo: quello è il mio periscopio sulle realtà».
Ovvero?
«Parlo con i miei pazienti, parlo con i contabili dell’ospedale, parlo con i barellieri, con i colleghi... Se ho il polso di quello che accade in questo Paese, è perché ho una finestra su un mondo che conosco».
Quello della sanità, obietta qualcuno, è un orizzonte specialistico.
«E chi lo dice?».
Nessun leader di primo piano è mai venuto da quel mondo.
«Può darsi, ma oggi almeno una passeggiata in un ospedale un vero leader non può non farla».
Facciamola insieme, metaforicamente così mi spiega.
«Pensi quante cose passano per la sanità oggi: se lei viene con me in quel corridoio ci trova la quota più grande di tutti i bilanci delle regioni, i deficit, i fallimenti dei riformisti di quasi tutti gli schieramenti, le tangenti - purtroppo - il nodo del progresso tecnologico, il tema della ricerca, il problema dei nuovi diritti, le questioni etiche...».
Diranno che lei è un candidato perfetto per le élite...
«Per le élite? L’ha mai vista una famiglia in attesa di un trapianto? E un bambino che spera in un nuovo farmaco? E la differenza fra chi può permettersi la cura e chi no?».
Mi ha convinto. Lei parla già come un candidato, che aspetta?
«Aspetto, per esempio, di sentire che dice Bersani».
Provi a suggerire lei.
«Bisogna parlare dei diritti negati di oggi. Delle coppie gay, della meritocrazia, degli immigrati...».
Una cosa che porterebbe dal suo metodo di chirurgo?
«Tutte le mattine nel mio staff litighiamo. Poi usciamo fuori compatti e seguiamo la via che ci ha convinto. Nel Pd oggi è il contrario».
Lo sa che lei sarebbe il primo leader che parla inglese?
«Be’, meno male, allora».
Perché?
«Semplice: non si può capire questo tempo, se non si parla la sua lingua. Io in America ho avuto le più grandi opportunità della mia vita ».
Allora lo vede che si deve proprio candidare?
«Forse. Oppure dare ripetizioni di inglese al prescelto, eh, eh...»