Le oasi del Trentino scompaiono tra parcheggi e mega-discariche

Costruzioni selvagge stanno trasformando il paradiso naturale in un cementificio

Domizia Carafòli

nostro inviato a Trento

L’immagine non potrebbe essere più seducente: un bosco di abeti e larici dove il sole penetra in lunghi raggi obliqui. «In Trentino - dice lo slogan dell’Apt - per ritrovarsi bisogna un po’ perdersi». Bravo il copywriter: bastano una foto e una frase per evocare la regione di Cesare Battisti e del Buon Consiglio e dei ghiacciai dell’Adamello.
In Trentino per ritrovarsi bisogna perdersi. Ma se fosse invece il Trentino a perdersi? Da qualche anno a questa parte la provincia autonoma di Trento sembra in preda a una follia cementizia senza precedenti. Ovunque si costruisce. Ville e villette, insediamenti turistici e capannoni industriali, megasvincoli stradali, «rotonde» enormi. I costi? Due milioni 190.000 euro per la rotonda con maxi fontana nel paesino di Baselga di Pinè, «solo» un milione e mezzo per quella di Folgaria sulla strada che conduce verso il Vicentino. E poi coperture di canali naturali di scolo delle acque e sventramenti di declivi montani per costruire parcheggi e garage. Quello che rimane della tradizionale architettura montana trentina cede sotto «ristrutturazioni» selvagge che trasformano severi masi in civettuole costruzioni tirolesi, in un imperversare di legno ocra che stride orribilmente con l’antica pietra. Dopo avere deciso che «colore è bello», le amministrazioni comunali pittano di giallo, verde, azzurro e persino violetto austeri centri antichi come Luserna, mentre a Folgaria l’edificio anni Venti del municipio, festosamente rinnovato, esibisce uno smagliante giallo zabaglione. Ma questo è il meno. La difesa dell’ambiente naturale trentino (che è il grande patrimonio della regione) registra un’autentica Waterloo. Basta guardarsi intorno.
Martignano. Bel sobborgo sopra Trento fatto di ville e coltivazioni pregiate, sulle pendici del Monte Calisio. Pochi giorni fa la commissione urbanistica ha deciso che su una striscia di terreno collinoso di diecimila metri quadrati lungo il parco di Martignano verranno costruiti capannoni artigianali. Il presidente della commissione urbanistica, Marco Dalla Fior, evidentemente messo in minoranza, si rammarica: «Le aree agricole pregiate della collina erano come la linea del Piave: non si doveva superare». Ma il Piave, chi se lo ricorda più. I capannoni industriali, dopo avere invaso il fondovalle trasformando il territorio intorno al capoluogo trentino in un sobborgo di Los Angeles, ora vanno all’assalto della collina.
Arco di Trento. Il paradiso naturalistico della Maza, oasi dove nidificavano gli uccelli e scorrazzavano le volpi, è destinato a diventare una mega-discarica per accogliere i rifiuti di tutto il Trentino. Inutile il rimpianto (dalle colonne del quotidiano L’Adige) di Gabriele Ischia, scrittore noto per i suoi studi sulla regione: «La costa del Corno che sottostava alla strada della Maza, era di una bellezza unica: fra i calcari oolitici del giurassico con le caratteristiche scannellature carsiche \le vaschette di corrosione (le Kamenitze) erano zeppe di ciclamini...».
Addio ciclamini. In quanto agli uccelli, sono fortunati se non faranno la fine dei cormorani di Toblino. Lì, sulle rive di uno dei laghi più suggestivi della regione, dove sorge il romantico castello dei Madruzzo, nidifica una folta colonia di cormorani. Ma i cormorani mangiano il pesce del lago e questo disturba gli amanti della pesca sportiva che lamentano la diminuzione dell’ambita preda. Che si fa? Si pregano i pescatori di soprassedere per un po’ alla pesca per consentire il ripopolamento del lago? No, si abbattono i cormorani ancorché specie protetta. Non crederanno di avere più diritti dei caprioli del Piemonte.
Val di Ledro. Sul pascolo centenario della Conca di Tremalzo si medita di dare una pedata ai malgari che vi pascolano cento capi per consentire a un’impresa bresciana di costruire 20 chalet, due impianti di sci e due vasche per l’innevamento artificiale.
In quanto alle cime immacolate delle montagne trentine, attenzione. Incombe sul Parco naturale dell’Adamello lo sconsiderato progetto di collegamento sciistico Pinzolo-Madonna di Campiglio che prevede la realizzazione di un gigantesco complesso di seggiovie, funivie e piste (costo preventivato 50 milioni di euro) destinato a portare la massa degli sciatori dal Monte Grual fino a Plaza e di lì a Madonna di Campiglio «a sfregiare irrimediabilmente - sostiene un documento del Wwf - la Valgola, la Valbrenta e tutta la parte occidentale del gruppo di Brenta». Renderebbe ancor più appetibile questo progetto (sostenuto dalla Società Funivie Pinzolo) un nuovo insediamento turistico nella splendida e intatta conca di Plaza.
E intanto si apre un altro fronte. Un nuovo «Progetto di sviluppo» prevede il raddoppio degli attuali impianti sull’altopiano di Folgaria e Lavarone mediante la realizzazione di sette seggiovie e quindici piste di discesa (45 milioni di euro) in un’area forestale di altissimo pregio. «Tutto questo - sostiene Cristiano Ghedini, consigliere nazionale di Mountain Wilderness - in zone di scarsa altitudine, scarsa pendenza e scarso innevamento naturale, che costringerebbe a pesanti ricorsi alla neve artificiale con necessità di scavare bacini idrici». Così lo sconquasso sarebbe completo, a meno di non utilizzare (come già è stato fatto) gli acquedotti con il rischio di lasciare a secco i paesi.
Ma i sostenitori dello sviluppo ad ogni costo non demordono. L’attuale crisi del turismo estivo in montagna li convince a potenziare al massimo quello invernale, nonostante il Trentino sia già la regione alpina con più alta concentrazione di piste. E nonostante la rete di collegamento stradale abbia sfiorato più volte il collasso nei giorni di punta degli inverni scorsi. Per non parlare del cronico intasamento dell’Autobrennero. Gli appetiti rimangono voraci. Le società impiantistiche (in difficoltà economica) sperano nell’immissione di denaro pubblico, dal momento che la provincia autonoma di Trento è chiamata a concorrere al progetto trentino-vicentino con 15 milioni di euro e altrettanto dovrebbe fare la Regione Veneto. «Ma per questo progetto - insiste la presidente di Legambiente Maddalena Di Tolla - non esiste un piano di studio sul reale ritorno economico». Intanto la giunta provinciale ulivista presieduta da Lorenzo Dellai (Margherita) si barcamena. «Con noi Dellai ha preso un formale impegno a ridiscutere i progetti con tutti i soggetti coinvolti, comprese le associazioni ambientaliste - dichiara Fernando Larcher del Wwf - ma sappiamo purtroppo che la politica non ha una faccia sola».
Il 27 agosto tutte le associazione ambientaliste si riuniranno sull’altopiano di Folgaria in località Costa d’Agra per fare il punto sulla pesante situazione. Intanto l’ineffabile pubblicità dell’Apt del Lagorai (Cavalese) invita i turisti ad «adottare una mucca» per «sostenere l’antico mestiere di malghesi e pastori». Quali mucche? Forse quelle sloggiate per far posto agli chalet.