OATES Controstoria femminile dell’America

I suoi libri compongono un’«alta autobiografia», il genere letterario contrapposto, nel ’900, al romanzo postmoderno

Secondo Martin Amis, l’Alta Autobiografia è il genere letterario che attraversa e informa il Ventesimo secolo in contrapposizione al romanzo postmoderno. «In un mondo che diventa sempre più inafferrabile, ma soprattutto sempre più mediato - scriveva - il rapporto diretto con la propria esperienza è l’unica cosa di cui ci si possa fidare».
Joyce Carol Oates, americana, classe 1938, fa Alta Autobiografia da quarant’anni, sfornando una lunga serie di romanzi per i quali, prima o poi - se c’è giustizia a questo mondo - a Stoccolma si ricorderanno di assegnarle il Nobel. Eppure il suo approccio al “genere” non è di tipo classico: la Oates non è mai la protagonista dei suoi libri, ma si cela dietro le multiformi maschere dei suoi personaggi femminili. «L’America era atomi nel vuoto; atomi in continuo movimento che si toccano, rimbalzano e di rimbalzo saltano nello spazio», scriveva in Un giorno ti porterò laggiù. Quegli atomi sono le donne; anzi la Donna. La Oates si è data un compito: scrivere una controstoria femminile dell’America, per fare i conti con quella grande illusione chiamata American Dream. Contro le diverse incarnazioni di questo sogno combattono le eroine dei suoi romanzi. In Un giorno ti porterò laggiù, la giovane studentessa universitaria Anellia sperimenta drammaticamente tutta l’ipocrisia dell’ambiente universitario, quel mondo che Hollywood ci ha dipinto con indulgenza propinandoci professori in tweed e confraternite studentesche con le iniziali in greco. E proprio Hollywood è la Terra Promessa in cui approda Marilyn Monroe, la protagonista di Blonde: un Eden che in breve si trasforma in un Inferno; mentre ne L’età di mezzo il dramma si svolge a Salthill-on-Hudson, una cittadina alle porte di New York dove tutti gli abitanti sono ricchi e dall’aspetto giovanile.
Alla fine dello scorso anno uscì in Italia l’antologia Storie americane (Marco Tropea) che raccoglieva una selezione dei migliori racconti della Oates pubblicati su diverse riviste letterarie tra il 1963 e il 1977. Ora esce il romanzo Le cascate (Mondadori, pagg. 510, euro 19; traduzione di A. Biavasco e V. Guani), dove il luogo che simboleggia l’American Dream è forse il più evocativo e potente di tutti: le cascate del Niagara. Nel giugno del 1950 il giovane pastore presbiteriano Gilbert Erskine vi porta in luna di miele la moglie Ariah, secondo il più trito cliché dei fiori d’arancio a stelle e strisce. La prima notte di nozze è un disastro annunciato: la sposa, «vergine a ventinove anni», ha bevuto fino a trovare il coraggio di farsi toccare da un uomo che non può amarla. Gilbert è il campo di battaglia su cui combattono le istituzioni che mantengono l’ordine sociale (la Chiesa, il matrimonio) e le forze naturali. Tra l’impegno a rispettare le prime e l’impulso insopprimibile ad assecondare le seconde - che in lui si traducono nella perdita della fede e in un impossibile amore omosessuale per il suo migliore amico - il neosposo è stretto in una morsa dalla quale decide di liberarsi per sempre all’alba di quel suo primo giorno da marito: senza che Ariah se ne accorga, esce dalla suite del Rainbow Grand Hotel e corre a gettarsi nelle Horseshoe Falls, le cascate a ferro di cavallo che ogni anno attraggono gli sposi e i suicidi.
Per sette giorni, Ariah attende che il cadavere venga ripescato. Nell’albergo, dove si aggira come in trance, iniziano a chiamarla la Sposa Vedova delle Cascate: «indossava uno chemisier di organza a fiori stretto in vita e poi svasato, del genere che indossano i liceali alla festa del diploma \ I capelli, color ruggine sbiadita, erano raccolti sulla nuca in un’acconciatura non molto accurata, da cui cominciava a sfuggire qualche ciocca; allo chignon era appuntato un bocciolo di rosa, lievemente pendulo. Le gambe magrissime erano fasciate in calze troppo larghe, che facevano le grinze sulle caviglie, e indossava scarpe bianche, di pelle, con tacco medio: scarpe della domenica, per andare in chiesa. Aveva la pelle giallastra e punteggiata di lentiggini, come gocce di pioggia sporca; a tratti sembrava chiazzata, un disegno cancellato qua e là con la gomma». L’orrore che Ariah prova di fronte alla tragedia non ha nulla a che fare con l’amore: è ricompreso, invece, in qualcosa di più vasto e sfuggente, che Ariah associa subito all’ineluttabilità del proprio destino. Un destino che, proprio nel momento più buio, le riserva un imprevisto raggio di luce: di lei, infatti, s’innamora Dirk Burnaby, un avvocato del posto che partecipa alle indagini; scapolo inveterato, affascinante, sempre circondato da belle donne, a volte splendide ballerine dell’Elmwood Casino, oppure modelle, che porta spesso a fare un giro sulla sua barca, la Valkyrie - «un dodici metri di un bianco scintillante» - la sua attrazione nei confronti di quella vedova bruttina va contro ogni pronostico. Ma, contro ogni pronostico, i due si sposano, fanno tre figli, creano per loro stessi un perfetto stile di vita domestico anni Cinquanta.
Non più vedova, ma sposa - e madre - Ariah non riesce a godere di quest’inaspettata felicità. L’orrore che le si è spalancato davanti agli occhi, consustanziatosi nel rumore assordante delle cascate, continua a perseguitarla come se il suo destino non possa essere altro che quello di diventare la Cassandra di se stessa. Tenta di adattarsi alla famiglia e all’ambiente del marito, ma rapidamente la sua passione si trasforma nella paura di essere nuovamente abbandonata. Come Cassandra, Ariah ha ragione. Dirk incontra infatti Nina Olshaker, una donna che le si è rivolta dopo che una figlia le è morta ed altri due sono gravemente ammalati per aver respirato i gas tossici che emanano dal terreno su cui è stata costruita la loro casa, in una località ad est delle Cascate del Niagara chiamata Love Canal. La battaglia civile che Dirk intraprende, lo allontana sempre più dalla famiglia, lo emargina dal suo ambiente e lo conduce ad una morte misteriosa, lasciando Ariah e i tre figli a tormentarsi per tutta la vita con lo stesso interrogativo: può la Natura - intesa come volontà individuale - vincere contro i contratti sociali? In tutti i romanzi di Joyce Carol Oates la risposta sembra essere «no». E anche in Le cascate la famiglia è solo un accidentale concorso di atomi, sempre pronto a esplodere.
Il teorema della Oates, in questa nuova prova, sembra comunque essere troppo schematico. Le cascate può essere facilmente definito come la summa del canone oatesiano, zeppo com’è di personaggi tormentati, oscuri segreti, derive filoambientaliste, freudismi a go-go, destini ineluttabili: una sorta di mix tra Shakespeare e Hawthorne in salsa hollywoodiana - quella di certi stilizzatissimi film anni Cinquanta - che se da un lato riconferma la potenza enunciativa della Oates, dall’altro finisce per atrofizzare le sue capacità espressive. Ed ecco che alcuni lunghi brani di questo romanzo, nei quali la Oates indugia troppo nello scandaglio psicanalitico della protagonista femminile, descrivendoci minuziosamente tutti i suoi tic e le sue angosce, risultano a volte piuttosto faticosi. Dove invece la trama accelera, ritroviamo intatto il talento di una delle più grandi voci del nostro tempo.