Obama: addio Kennedy, ora imita Roosevelt

Obama è in corsa per somigliare a Roosevelt e a questo fine applica la sua per ora sola vera dote: il mimetismo. Recitare la parte di Kennedy gli è servito per vincere le elezioni con un margine risicato, ma pure quello kennediano. Ha approfittato certo della crisi delle banche, ma senza esibire veri talenti: nulli in confronto ad esempio alla cultura e alla retorica esibite dal giovane Clinton. Altra anima Obama: un conversatore, reso astuto dalle assistenze sociali ai quali si è applicato, adatte per studiare poco e lavorare meno. E però il suo vuoto lo rende bravo a respirare il tono di una situazione e a recitarvi la parte richiesta. Parte che appunto sta evolvendo ora a quella di Roosevelt. Ai giornali gli assistenti di Obama spiegano infatti come egli stia studiando i primi 100 giorni di Roosevelt e la sua conversation with the american public. E fin lì il giuoco gli può riuscire: è onnipresente ai talk show del sabato, su You Tube o alla radio. Non è questa la parte più difficile. Quella improba è recitare la parte del Roosevelt in economia.
Per la seconda volta infatti il premio Nobel Krugman sul New York Times lo contraddice. Si dice contro l’idea di detassare per almeno 150 miliardi di dollari le imprese, e sostiene inoltre che il piano Obama di investimenti non basta. Alla prima critica si può in effetti replicare che gli sgravi serviranno al Roosevelt mulatto per ottenere il voto dei repubblicani alla seconda rata dei soccorsi a imprese e banche. Invece resta dubitabile che proponendosi la disoccupazione al 7,3% nel prossimo triennio Obama riesca a evitare alla crisi un esito giapponese, ovvero la stagnazione. Ne dubita Krugman e ne dubitano economisti più avveduti di lui. Perorano, come Makin, un taglio delle tasse sulla sicurezza sociale per altri 350 miliardi di dollari. Senza di che si dicono pessimisti.
Del resto quanto la propaganda obamiana si ripromette è un compito enorme, non solo per dimensioni. Implica di fare del settore manifatturiero e di quello delle infrastrutture, anche energetiche, i settori di punta, in grado di sostituirsi a quello finanziario. La qual cosa nella patria del capitalismo implica però di avviare una spirale positiva di profitti negli stessi settori. Mi si permetta allora di ricordare al gentile lettore un dato troppo trascurato. I profitti nel settore manifatturiero degli Stati Uniti ammontavano a 297 miliardi di dollari, e a 514 nel settore finanziario sempre nell’ultimo trimestre 2007. In altri termini come stimato da un altro economista, Rogoff, i profitti delle banche prima del disastro ammontavano al 30% del totale con un valore aggiunto che era solo l’8% del totale. Una montagna. Perciò è molto dubitabile che il programma di Obama possa sviluppare profitti e crescita che tornino a queste dimensioni.
E del resto neppure Roosevelt ci riuscì: nel 1938 gli Stati Uniti ancora producevano un reddito del 23% inferiore a quello del 1929, e con un livello dei prezzi del 16,7% inferiore. Solo la guerra salvò l’economia e la fama di Roosevelt. Il quale poi negli Anni Trenta usò a suo piacere l’economia internazionale. Per reflazionare il livello dei prezzi americani sottrasse con uno spietato mercantilismo oro alle altre nazioni, peggiorando la crisi mondiale. Il dollaro di Obama, da decenni ormai non ha più legami con l’oro. Quindi gli basterà, volendo imitare Roosevelt, di svalutarlo in un accordo di cui si gioveranno per esempio le esportazioni cinesi col resto del mondo. E infine ci fu lo scherzo da prete che Roosevelt, figlio di una delle famiglie aristocratiche di New York lasciò tirare ai grandi banchieri, a Morgan anzitutto. Nel 1933 si trovarono in pubblico processo, incolpati per i loro eccessi. Gesto a effetto, che al talentuoso ma non di talento, Obama potrebbe venire naturale. Come si vede il New Deal di Obama si promette non meno incerto di quello riuscito a Roosevelt, e forse anche più ambiguo e vario.