Obama a Bagdad: cominciate a fare da soli

«È arrivata l’ora che gli iracheni si prendano la responsabilità del loro Paese». Barack Obama conclude il suo tour europeo aggiungendo una tappa non annunciata a Bagdad e mescola gli elementi della sua linea politica, quella del ritiro programmato delle truppe americane dall’Irak, con quelli del realismo dettato dalle condizioni sul terreno. «Abbiamo passato molto tempo a cercare di fare le cose bene in Afghanistan, ma qui c’è ancora molto da fare», ha detto Obama ai giornalisti, con i quali ha riconosciuto «i progressi enormi fatti» nel settore della sicurezza. Ma i prossimi diciotto mesi, ha sottolineato, potrebbero essere «un periodo critico»: prima del previsto ritiro Usa nel 2011 le deboli strutture democratiche del Paese dovranno essere consolidate e questo non sarà possibile se le condizioni di vivibilità in Irak dovessero peggiorare.
Il presidente ha spiegato che fra le ragioni della sua visita c’era la volontà di ringraziare le truppe americane. «Stanno facendo un lavoro straordinario - ha detto -, hanno permesso all’Irak di «rimettersi in piedi e diventare un Paese democratico. Il generale Odierno sta contribuendo a condurre un’operazione molto efficace». Ed è proprio fra i soldati di Camp Victory che Obama ha annunciato la volontà di conseguire l’obiettivo per cui si era impegnato in campagna elettorale, quello del ritiro più rapido possibile dall’Irak. L’annuncio ha provocato un’esplosione di entusiasmo tra i militari, ma nella parola «possibile» sta, ovviamente, il problema: senza condizioni adeguate un ritiro sarebbe suicida e a Bagdad Obama ha voluto chiarire che l’America non farà una simile sciocchezza.
A Camp Victory Obama ha incontrato in serata il premier iracheno Nouri al-Maliki, al quale ha significativamente assicurato che gli Stati Uniti non hanno nei confronti dell’Irak «rivendicazioni territoriali o di risorse».
La puntata a sorpresa (in realtà relativa, perché da qualche fonte la notizia era trapelata) in Irak ha completato con un’estensione a oriente la missione di Obama nella vicina Turchia. In questo Paese-ponte tra Europa e mondo islamico il presidente degli Stati Uniti si è rivolto ancora una volta in toni amichevoli ai musulmani e ha colto l’occasione per dare un colpo d’acceleratore all’iniziativa del suo Paese per la questione israelo-palestinese, basata sulla proposta «due Stati, due popoli» come ha ripetuto lunedì ad Ankara. Già nel prossimo giugno, dunque, Obama visiterà Israele e la Cisgiordania. E questa visita seguirà di poche settimane l’incontro alla Casa Bianca con il nuovo premier israeliano Benjamin Netanyahu, fissato per il 3 maggio.
Quanto all’ultima giornata della visita in Turchia, Obama l’ha dedicata, come si diceva, a ribadire l’offerta di dialogo ai Paesi della Mezzaluna. «Sono venuto in Turchia - ha detto a Istanbul - perché sono profondamente impegnato nella ricostruzione di un rapporto tra gli Stati Uniti e la gente del mondo musulmano, sulla base del reciproco interesse e rispetto». L’America, ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti, «non sarà mai in guerra con l’islam». Prima di lasciare l’antica Costantinopoli, Obama ha voluto visitare i due più celebri monumenti della città legati alla fede e incontrare i leader religiosi del Paese. Accompagnato dal premier Recep Tayyip Erdogan, ha dedicato 40 minuti ciascuno alla basilica-museo di Santa Sofia e alla Moschea Blu. La basilica di Santa Sofia, trasformata in moschea dopo la conquista turca del 1453, è dal 1935 un museo per volontà dell’allora presidente Atatürk. Nella Moschea Blu Barack Obama, cristiano praticante, è entrato scalzo in segno di rispetto e ha sorriso quando gli è stato spiegato che il suo secondo nome Hussein è iscritto sulla cupola.