Obama è «un berlinese» McCain butta giù i muri

Caro Granzotto, seguo con interesse la corsa per la Casa Bianca, dove oramai sembra sicuro che saranno Obama e McCain a sfidarsi nelle presidenziali di novembre. Da esterno tifo per McCain, non solo per quello che rappresenta ma per come dice le cose. Obama ha però un grosso successo, usando toni che Veltroni gli copia e che vedo che anche da noi stanno prendendo piede. Lei come la vede?


Faccenda molto interessante, caro Barresi: in America e qui da noi stanno misurandosi, per la prima volta in modo diretto, diciamo a tu per tu, due dialettiche politiche. Ben rappresentate dalle parole d’ordine di Barack Obama e John McCain, il «we can» del primo e il «we will» del secondo: il «noi possiamo» contrapposto al «noi faremo». Walter Veltroni è ovviamente un dichiarato «wecanista» e tutta la sua campagna elettorale è accordata su quella nota. Ovvero sul linguaggio evocativo, un po’ melenso e se non proprio messianico (qual è invece quello di Obama), orientato a promuovere l’intensa aspettazione di un importante cambiamento politico e sociale. Per cui, grande ricorso alle immagini, all’allusione, ai temi morali, agli ideali, ai sogni (I have a dream!), alla partecipazione e al coinvolgimento (I care!), al confronto e al dialogo, alla armonia, alla disponibilità e alla tolleranza. Parole cadenzate in lirica e dunque di facile presa, con effetti oppiacei e sopra tutto ovvie, cioè che si presentano subito alla mente. I «wewillisti» sono ovviamente di tutt’altra pasta. Meno sognatori (e cioè con i piedi ben piantati in terra), poco propensi a contrabbandare illusioni (che pure sono, le illusioni, l’articolo più facile da smerciare e da contrabbandare), hanno un linguaggio più concreto, più riferito alle cose e ai fatti, in minor grado lusinghiero ma capace d'essere persuasivo sempre che l’interlocutore non si culli in fantasie vittoriane, alla sorelle Brontë.
C’è un episodio, storico, che illustra molto bene la differenza fra «wecanisti» e «wewellisti». Il 26 giugno del 1963 John Kennedy - forse il più noto, amato ed imitato «wecanista» - concluse il discorso che stava tenendo nel quartiere berlinese di Schöneberg con queste parole: «Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner!». Quell’«io sono berlinese» divenne, come sappiamo bene, una icona, l’equivalente verbale del Guernica di Picasso o del poster di Che Guevara. Bene, ventiquattro anni dopo a Berlino sostò anche Ronald Reagan (un wewellista illustre) e anch’egli vi tenne un discorso. Che si concluse così: «Mister Gorbachev, tear down this wall!», signor Gorbaciov, butti giù questo muro! Altra musica: con le sue parole, molto belle, certo, Kennedy non era andato più in là dell’allusione, della classica antifona. Reagan, al contrario, indica il muro col dito, prende di petto il responsabile di quel muro. Non manda a dire al Cremlino: «Io voglio bene ai berlinesi». Dice al Cremlino: «Buttate giù quel muro». Ich bin ein reaganiner.