Obama come Bush: Cia assolta per le torture

Ora l'America sa: per circa quattro anni la Cia ha torturato sospetti terroristi di Al Qaida violando sia le leggi americane che quelle internazionali. E che torture: detenuti lasciati undici giorni senza dormire oppure rannicchiati in una gabbia nel buio totale o in mezzo a una moltitudine di insetti o sottoposti al waterboarding, la simulazione della morte per annegamento.
Sono quattro memorandum, pari ad appena dodici pagine. Agghiaccianti. Certificano le tecniche di interrogatorio approvate dall'Amministrazione Bush nel periodo 2002-2005. Ieri scadeva il termine fissato da un giudice in relazione a una causa intentata dall'Unione americana delle libertà civile. La Casa Bianca doveva decidere se consegnare i documenti o continuare a invocare il segreto di Stato. Il Dipartimento della Giustizia era favorevole alla pubblicazione; la Cia, sebbene guidata dal clintoniano e neo obamiano Leo Panetta contrarissima, ufficialmente nel timore che, costituendo un precedente, venissero poste le premesse per svelare altre operazioni segrete col rischio di compromettere agenti e strutture riservate.
L'ultima parola spettava al presidente. E Barack ha deciso di far sapere la verità al popolo, in sintonia con i valori più autentici della Costituzione americana e che il suo predecessore aveva in parte eluso per una causa che, all'indomani dell'11 settembre riteneva prioritaria: la lotta al terrorismo fondamentalista islamico. Obama è stato coerente con le posizioni da lui sostenute in passato. Onore al merito, ma solo a metà; perché contemporaneamente ha assolto i peccatori. Nessuno degli agenti che ha torturato, nessuno degli alti funzionari che hanno preparato i memorandum verrà processato. E questo nonostante il presidente della Commissione giustizia del Senato, il democratico Patrick J. Lehay, abbia subito invocato un'inchiesta indipendente sull'Amministrazione Bush, garantendo l'immunità ai funzionari collaborativi. Insomma, una grande operazione-verità che avrebbe permesso di individuare i responsabili di grado più elevato, come i ministri e probabilmente lo stesso Bush.
Obama non ha osato tanto. «Condanno con forza questo oscuro e doloroso capitolo della nostra storia», ha dichiarato ieri, promettendo che queste tecniche di interrogatorio non verranno usate mia più, ma ha ribadito la sua ostilità a passi ulteriori «perché non si otterrebbe nulla spendendo tempo ed energia cercando chi biasimare per le colpe del passato».
La frase è confezionata bene, ma non è del tutto sincera. In realtà Obama ha dovuto piegarsi alle pressioni delle lobby, come già accaduto con le banche e l'industria delle armi; ora ha ceduto a un altro establishment, molto influente, quello legato alla Sicurezza nazionale. D'altronde nella storia recente, nessun presidente americano ha indagato su un predecessore per quanti errori possa aver commesso. È una regola non scritta che serve a salvaguardare la credibilità dell'istituzione e a garantire l'incolumità dei «comandanti in capo». Obama si è adeguato, sebbene condendosi la libertà, questa sì inconsueta, di far sapere. In quelle cartelle vengono elencate quattordici forme di tortura, tra cui detenuti sbattuti violentemente con la testa contro i muri o investiti a lungo da getti di acqua ghiacciata e costretti a rimanere nudi in mezzo agli altri, denutriti. Già, perché il rancio, nelle prigioni segrete all'estero, era di meno di mille chilocalorie al giorno. Senza assistenza medica, né legale e sovente, perlomeno a Guantanamo, senza colpe. La maggior parte dei detenuti è risultata innocente.