Obama, che flop con la Siria

Pubblicata una serie di documenti sui rapporti tra gli Stati Uniti e la
Siria: rappresentano forse il primo contributo veramente utile di
Wikileaks alla comprensione della situazione in Medio Oriente

Proprio alla vigilia dell'atteso arresto di Julian Assange, il New York Times ha pubblicato una serie di documenti sui rapporti tra gli Stati Uniti e la Siria, che rappresentano forse il primo contributo veramente utile di Wikileaks alla comprensione della situazione in Medio Oriente. Essi rivelano cioè il completo fallimento del tentativo di Obama di staccare la Siria dall'alleanza con Teheran e di indurla ad abbandonare il sostegno a Hezbollah e alle varie altre organizzazioni terroristiche che hanno la loro base a Damasco. Anzi, dall'insieme dei dispacci pubblicati, risulta che Bashar Al Assad ha letteralmente preso in giro gli Stati Uniti, fornendo assicurazioni (per la verità, sempre un po' ambigue) sul suo comportamento e facendo poi esattamente il contrario. In un caso ha garantito a un alto funzionario del Dipartimento di Stato che il suo Paese non avrebbe fornito armi sofisticate a Hezbollah e una settimana si è visto recapitare il seguente messaggio di Hillary Clinton: «Nonostante i vostri impegni noi siamo certi che continuate i vostri rifornimenti a Hezbollah. Devo sottolineare che questo vostro comportamento costituisce motivo di grave allarme per il mio governo e vi invitiamo perciò con forza a sospendere questa escalation».
Purtroppo il monito di Washington non è servito a nulla, e grazie alla doppiezza siriana, Hezbollah dispone oggi di un arsenale molto più poderoso che alla vigilia della guerra del 2006: 50.000 tra razzi e missili, compresi da 40 a 50 precisissimi Fatah 110 di produzione iraniana, capaci di colpire Tel Aviv e quasi tutto il territorio israeliano, e almeno potenti 10 Scud-D, basati su tecnologia nordcoreana. La conclusione dell'incaricato d'affari americano a Damasco, in un dispaccio del dicembre 2009, è che queste forniture hanno cambiato gli equilibri nella regione e potrebbero produrre uno scenario molto più devastante del conflitto di quattro anni fa.
Viene naturale chiedersi che cosa abbia fatto in questo frangente la forza di interdizione inviata dall'Onu nel Libano meridionale - con decisiva partecipazione italiana - per impedire un bis di quella guerra e controllare i movimenti dei guerriglieri sciiti. È vero che la risoluzione 1708 del Consiglio di Sicurezza, che ha istituito questo corpo di spedizione, non concede loro la possibilità di interventi diretti e limita la loro competenza territoriale, costringendoli a collaborare con un esercito libanese di scarsissimo affidamento, ma è altrettanto vero che se i Caschi Blu hanno assistito impotenti a un riarmo di questa portata, tanto vale chiudere la missione, riportare tutti a casa e risparmiare un bel pacco di milioni.
I documenti resi pubblici da Wikileaks confermano anche il ruolo nefasto svolto nella regione dalla Corea del Nord, che ha fornito (e probabilmente continua a fornire) armi e tecnologia di vitale importanza a Teheran e Damasco e, tramite loro, a Hezbollah e anche a Hamas. Quest'ultima sta ricevendo dall'Iran non solo un sussidio mensile di 25 milioni di dollari, ma ha anche diversi carichi di armi, fatti loro pervenire via Sudan.
Quel che è più impressionante, comunque, è l'arroganza con cui un piccolo Paese come la Siria ha trattato l'America. A un altro messaggio della Clinton, in cui si ribadiva che la forniutura di armi a Hezbollah era «un errore strategico che avrebbe finito col danneggiare gli interessi nazionali siriani», il vice ministro degli Esteri Faysal El Miqdad ha risposto sprezzantemente che gli Stati Uniti non erano ancora stati capaci di distinguere i loro interessi da quelli di Israele.