Obama alla Clinton: "E' ora che ti ritiri"

Hillary stravince a Portorico ma ormai è tardi per rimontare: un ricorso contro la decisione su Michigan e Florida è certo. Intanto i repubblicani attaccano l'ormai sicuro candidato democratico sulla politica estera

Washington - Il vento balsamico dei Caraibi non è bastato a lenire le ferite inferte all'orgoglio di Hillary Clinton dal compromesso raggiunto in seno al Politburo del Partito democratico poche ore prima che si aprissero le urne a Portorico per il penultimo giorno di primarie, e l'ultimo in cui la Clinton partiva favorita. Il compromesso, infatti, non cambia molto i rapporti di forza tra i due aspiranti alla candidatura democratica alla Casa Bianca. Hillary è riuscita sì a reinsediare le delegazioni della Florida e del Michigan, ma con una capacità di voto dimezzata e quindi ha guadagnato meno di tre dozzine di delegati su Obama. Il nuovo conteggio fissa a 4.236 il numero dei delegati e dunque a 2.119 la maggioranza richiesta. Obama ne ha 2.051; la Clinton ne ha 1.877 e i delegati ancora da scegliere sono 308, di cui 55 eletti ieri a Portorico (dove la Clinton ha inutilmente stravinto), altri 31 domani nelle primarie in Montana e South Dakota e i rimanenti 222 «superdelegati» che non hanno ancora fatto la propria scelta. A Obama mancano dunque solo 67 delegati e tutto sta a indicare che egli supererà questa soglia entro domani. Non per niente il front runner ha definito «equo» l'accordo e ha invitato il partito a presentarsi adesso compatto nella dura battaglia che lo attende contro i repubblicani e a Hillary Clinton a fare il suo dovere: «Fa’ la cosa giusta, ritìrati».

Opposta, come era prevedibile, la reazione di Hillary, che esalta sì la «vittoria per il popolo della Florida», ma obietta la soluzione, adottata a maggioranza dal Comitato per le regole del Partito democratico per quanto riguarda il Michigan, dove la Clinton era unica candidata e si è vista riconoscere - naturalmente dimezzati - i delegati corrispondenti alla sua percentuale il giorno delle primarie ma dove i delegati «non impegnati» sono stati attribuiti a Obama. La Clinton annuncia dunque che «la guerra continua». Il che può avere un solo significato, almeno formale: che le decisioni del Comitato per le regole verranno contestate nelle sedute plenarie, obbligando tutti i più che quattromila delegati a schierarsi. Una decisione rischiosa e rara, ma non senza precedenti. Nel 1980 Ted Kennedy portò di fronte alla Convenzione la sua sfida al presidente Jimmy Carter. Nel 1976 Ronald Reagan fece lo stesso con Jerry Ford. Senza contare l'esempio forse più noto agli specialisti: la Convenzione repubblicana del 1952, quando i sostenitori di Eisenhower riuscirono a «detronizzare» alcune centinaia di delegati favorevoli al suo rivale Taft.

Naturalmente c'è tutto il tempo, da qui a novembre, per le trattative sottobanco e di nuovo ci si chiede se l'intransigenza ribadita da Hillary Clinton sia interamente autentica o se la tenace e ambiziosissima ex first lady non sia disposta a vendere caro il proprio appoggio, di cui l'ormai sicuro candidato democratico alla Casa Bianca avrà bisogno, sottoposto com’è al tiro di sbarramento dei repubblicani, concentrato su quello che appare il suo punto più vulnerabile: la sua immagine sbilanciata a sinistra e di «debolezza» in politica estera. L'ennesima avvisaglia è di poche ore fa: la Casa Bianca e il Partito repubblicano hanno aperto il fuoco su uno dei sostenitori del candidato democratico, Zbigniew Brzezinski, ex presidente della Tricontinental Commission e massimo consigliere per la politica estera di Carter negli anni Ottanta che di nuovo ha criticato duramente la politica di Israele e la forma dell'appoggio americano. E non è il solo punto vulnerabile di Obama, che si è dichiarato pronto a trattare con il presidente iraniano Ahmadinejad ed è stato «elogiato», sia pure condizionatamente, da Fidel Castro.

L'efficacia di tale campagna è incerta. È curioso constatare come le previsioni più favorevoli a Obama vengano soprattutto da esperti di campo repubblicano, mentre è fra i democratici che prendono piedi dubbi e timori. Né a chiarire il quadro aiutano granché i sondaggi. Degli ultimi quattro pubblicati, due danno Obama in vantaggio e due McCain. Nell'ipotesi, ormai defunta, di una candidatura Clinton, Hillary è data vincente in tre su quattro. Potranno davvero essere i suoi fedelissimi a decidere.