Obama crolla, Hillary invece fa boom

Il presidente uscirà sconfitto dalle urne nel momento in cui l'ex rivale è più amata che mai. E con il Congresso contro la Casa Bianca avrà sempre più bisogno di lei

La vendetta di Hillary Clinton passa la batosta che Obama sta per mandare di traverso. Perché il presidente uscirà battuto dal referendum su di lui mascherato da elezioni per rinnovo di Camera e un terzo del Senato. L’America vota e l’America ha deciso. Bocciato Obama e bocciati i democratici. Sconfitta sarà, dicono i sondaggi. Bisogna vedere solo la portata. La misura cambia la prospettiva della Casa Bianca e non quella del segretario di Stato: Hillary non può gioire per lealtà apparente e ufficiale all’amministrazione, ma è evidente che è una delle vincitrici occulte di questo voto.

I numeri dicono che oggi Obama ha un livello di gradimento degli americani fermo al 48 per cento. Lo dice un sondaggio della Cnn che certifica il crollo del partito democratico anche attraverso la clamorosa debacle di Nancy Pelosi, la speaker della Camera e leader liberal del partito del presidente che oggi piace soltanto al 26 per cento degli americani. Un tracollo, una discesa agli inferi della politica che trascina con sé due anni che gli elettori hanno considerato disastrosi. La crisi che sta attraversando il partito e l’amministrazione democratica si ferma soltanto davanti a Bill e Hillary Clinton. La popolarità del segretario di Stato, ed ex candidata alla Casa Bianca sconfitta due anni fa da Obama dopo una durissima battaglia per le primarie, è al 62 per cento. Ed ancora più alta, al 63, quella del marito.

Dettagli? Forse. Eppure questa campagna elettorale ha visto l’assenza totale dell’ex first lady. Quando gliel’hanno chiesto, Hillary ha risposto così: «Non ho nessun candidato da appoggiare». Nessuno dell’amministrazione ha interessi specifici, ma politicamente tutti avrebbero benefici da un’eventuale conferma democratica. Per questo il presidente s’è speso e per questo si sono spesi anche tutti gli uomini chiave del suo gabinetto. Hillary in più è sempre stata una rappresentante dell’establishment del partito, una specie di matrona che governava più o meno direttamente molte delle stanze in cui i democratici decidevano strategie e soluzioni per il futuro. La sua assenza stavolta si nota. La sua assenza ha un significato preciso: lei sta fuori dai giochi, perché queste sono le elezioni che riguardano il giudizio dell’America sul presidente. Lei sta fuori e anche se non può confermarlo, anche se in pubblico dirà il contrario, rischia di essere una delle persone più felici d’America per la sconfitta. È una vendetta sull’uomo che l’ha battuta alle primarie e sul partito che ha gestito male la corsa interna del 2008. Del pacchetto della sua felicità non dimostrabile fa parte anche Bill. L’ex presidente la campagna elettorale l’ha sì fatta, ma per il partito e non per il presidente: ha fatto oltre 100 comizi negli ultimi 15 giorni, per cercare di salvare il maggior numero di candidati in bilico. Però non ha mai fatto uno sponsor pro-Obama. Anzi, in Rhode Island, il candidato democratico al Senato non ha ricevuto l’appoggio del presidente in carica, l’ha insultato e il giorno dopo ha ricevuto il sostegno pubblico e l’endorsement di Clinton. Casualità, certo. Una casualità che però guarda caso alza il livello di tensione latente tra Obama e la famiglia Clinton, da sempre in bilico tra una lealtà di facciata e la voglia di far capire agli elettori che due anni fa si sono sbagliati a scegliere Barack e non Hillary.

Il voto di oggi intreccerà i rapporti molto più di prima. Con una Camera nelle mani dei repubblicani e con il Senato in bilico, Obama dovrà passare i prossimi due anni a lavorare molto di più sulla politica estera per provare a riprendersi la Casa Bianca nel 2012. È già accaduto in passato e accadrà ancora: non potendo lavorare su riforme interne per via dell’ostacolo del Congresso a maggioranza rivale, il presidente si butta sulla diplomazia, sui rapporti internazionali, sul ruolo da potenza del Paese. Lì c’è meno ostruzionismo, specie se Obama si sposterà al centro, come dicono in molti. Il peso dell’ex first lady aumenterà: Obama dovrà scendere a compromessi con le posizioni della signora Clinton. Dopo la sconfitta di domani, il primo appuntamento del presidente sarà un viaggio in Corea del Sud, Giappone, Indonesia, India. Tutte zone dove l’America deve fare i conti con l’influenza cinese. E poi? A gennaio l’incontro più importante della prima parte della presidenza Obama, quello a Washington con il presidente cinese Hu Jintao. La Cina finora è stata gestita da Hillary. Se il presidente avrà successo o fallirà quell’appuntamento molto sarà dipeso da lei. E anche questa è una vendetta.