Obama: «Default inaccettabile»

Se l’Italia piange, gli Stati Uniti, sull’orlo del baratro di bilancio, non ridono. Ieri il presidente Barack Obama ha annunciato «negoziazioni a oltranza» tra Democratici e Repubblicani finchè non sarà stato trovato un accordo. Ma il tempo stringe: l’intesa deve per forza essere raggiunta entro il 2 agosto. «Non considero la possibilità di un accordo temporaneo a 30, 60, 90 o 180 giorni una soluzione del problema. Noi siamo gli Stati Uniti, non gestiamo i nostri affari in intervalli di tre mesi. Rischiamo il default perché non riusciamo a mettere da parte la politica - ha detto Obama - ma l’accordo si farà entro il 2 agosto». Dopo quella data, infatti, il Tesoro Usa rischia il default sul debito pubblico se questo non sarà alzato per legge oltre il tetto attuale di 14.300 miliardi di dollari. Ma certo l’intesa non è facile da raggiungere: da un lato i Democratici premono per non tagliare le spese sul welfare, dall’altro i Repubblicani non mollano sull’idea di alzare le tasse per i più abbienti.
«Nessuno ha parlato di aumentare le tasse ora o l’anno prossimo - ha spiegato Obama -; abbiamo discusso di iniziare dal 2013 con l’abolizione degli sgravi per i proprietari di corporate jet e le compagnie petrolifere. Se i leader repubblicani fanno sul serio, devono arrivare a compromessi come li faccio io: sono pronto a resistere alle pressioni del mio partito per portare a casa un risultato». Non è un mistero, infatti, che il suo partito, quello democratico, vorrebbe incrementare le spese per la sanità e i servizi sociali. «Possiamo costruire un pacchetto bilanciato, in cui i sacrifici sono condivisi e in cui entrambe le parti concedono qualcosa», ha aggiunto il presidente. Ma certo non sarà facile trovare l’accordo sul taglio da 4mila miliardi in dieci anni. Anche perché, dopo le recenti elezioni, il Congresso Usa è feudo repubblicano. E il capo dell’opposizione, John Boehner, favorevole ai tagli, ha dovuto registrare la resistenza interna del suo partito pronto, al massimo, a concedere un taglio da 2mila miliardi di dollari. Troppo poco rispetto ai 14mila e 300 miliardi raggiunti finora dal debito Usa, quasi il valore del prodotto interno lordo.
Inoltre, se passasse l’ipotesi della mini sforbiciata, l’anno prossimo bisognerebbe ridiscutere ancora e sarebbe un disastro per Obama che punta a un’eventuale, ma sempre più difficile, rielezione. Per gli Usa si tratta della più grave recessione da quella tristemente famosa del 1929. Ma la colpa, per i Repubblicani, è ovviamente tutta di Obama, il presidente democratico che ha portato il deficit dai 10.700 miliardi, che aveva ereditato da George W. Bush, a 14mila. E senza neppure riuscire, nonostante le maggiori spese di bilancio, ad abbassare la disoccupazione, ferma al 9,2%. Eppure anche Bush era riuscito nel miracolo negativo di raddoppiare il deficit ricevuto da Bill Clinton che era pari a «soli» 5.700 miliardi. E questo a causa della costosissima guerra in Irak. Insomma, l’eco dell’11 settembre, che aveva gettato il caos sui mercati, continua a farsi sentire. I tagli alla spesa militare sono però già cominciati. Gli Usa hanno annunciato la sospensione di un terzo degli aiuti militari al Pakistan. I rapporti tra i due Paesi sono tesi dal momento del raid che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden, nascosto in territorio pakistano. Obama ha comunque sottolineato, ieri al termine del suo intervento, che «risolvere la questione del tetto del debito può avere un impatto positivo sulla crescita e sull'occupazione».
Il presidente ha convocato nuovamente i leader democratici e repubblicani alla Casa Bianca per nuovi incontri che continueranno finché l’accordo non sarà trovato. Nonostante le difficoltà, la Borsa di Wall Street alle 21 segnava una perdita dell’1,29% per il Dow e del 2% per il Nasdaq.