Obama e l’Europa, idillio finito Tensioni sul piano per l’economia

Un tempo era Bush, ora è Obama. L’America ha cambiato atteggiamento, è più gentile, premurosa; invoca, quasi ogni giorno, il dialogo, ma la tanto auspicata luna di miele con l’Europa rischia di essere già finita; perché nonostante i modi, davvero cortesi, e le intenzioni, encomiabili, la nuova America pone condizioni precise agli Alleati; come faceva il Bush prima maniera. E l’attesissimo G20 di Londra, che riunirà i venti Paesi industrializzati nel tentativo di risolvere la crisi finanziaria, rischia di concludersi con un fallimento.
Da qualche giorno Obama ha accentuato la pressione sugli alleati europei per indurli a varare piani di stimolo per rilanciare la crescita. La Casa Bianca ha approvato un pacchetto da 787 miliardi, pari al 5,6% del Pil, ed è pronta, secondo indiscrezioni, a studiarne un altro, ma vorrebbe che i Paesi europei facessero altrettanto per varare la prima manovra planetaria. Il presidente americano ne ha già parlato con alcuni leader europei, ieri lo ha ripetuto in una lunga dichiarazione di fronte ai giornalisti nello Studio Ovale con accanto a sé il sottosegretario al Tesoro Timothy Geithner, parlando della necessità di un’azione concertata a livello mondiale per rilanciare l’economia. Martedì era sceso in campo anche il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che pur riconoscendo la necessità di riformare il capitalismo mondiale ha ammonito che la stabilizzazione dei mercati e il ritorno alla crescita sono assolutamente prioritari.
Ma l’Europa non ci sente. E a guidare la resistenza sono il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, per una volta in piena sintonia. I Ventisette Paesi della Ue hanno già stanziato spese straordinarie pari all’1,5% del Pil, che porteranno quelli dell’area euro a sfondare il deficit del 3% previsto dal Trattato di Maastricht, ma non intendono andare oltre nel timore che disavanzi eccessivi possano incrinare la tenuta o perlomeno la credibilità della moneta unica.
Inoltre, Berlino e Parigi prestano sempre più ascolto agli economisti secondo cui manovre come quelle americane servono a poco; infatti a breve porteranno nelle tasche dei contribuenti importi irrisori pari a poche decine di dollari a testa, mentre gli investimenti sulle infrastrutture incideranno sulla crescita solo verso la fine del 2010. Insomma, si dovrebbe rinunciare a equilibri finanziari costruiti in oltre 15 anni per adottare misure espansioniste di dubbia efficacia.
Per questo l’Europa tira il freno e sembra esserci un ampio consenso, come ha confermato ieri il vicepremier ceco Alexander Vonda, dichiarando che la lotta alla recessione è necessaria, «ma senza danneggiare la sostenibilità dei conti a lungo termine». Per la Ue occorre riscrivere le regole dei mercati finanziari, spazzare via i paradisi fiscali e imbrigliare gli hedge funds. Sulla lotta ai Paesi che garantiscono il segreto bancario c’è consenso e a Londra persino la Svizzera rischia di finire sulla lista nera. Ma Obama non ha fretta di rielaborare le regole e men che meno di infastidire gli hedge funds, a cui anzi ha chiesto aiuto per immettere liquidità nel sistema creditizio.
Tra i due titani, Londra, da padrone di casa, tenta una mediazione che però è difficile per il caos che regna a Washington. La transizione procede a rilento soprattutto al Tesoro, dove sono ancora vacanti i 17 posti da sottosegretario. Insomma, al ministero c’è solo Geithner e gli emissari inglesi non riescono a trovare interlocutori di pari grado.
Tutto questo mentre si delinea un’altra grana sull’Afghanistan. Martedì il vicepresidente Joe Biden ha partecipato al vertice della Nato, durante il quale ha invitato i «Paesi recalcitranti a onorare i propri impegni» e dunque a inviare più truppe. Ma gli europei pretendono che gli Usa presentino una nuova strategia, più convincente di quella attuale. E non intendono mollare. Dopo appena due mesi la cotta europea per Obama sembra già svanita.