Obama e McCain dal reverendo per il primo «faccia a faccia»

Per la prima volta Barack Obama e John McCain sullo stesso podio; anzi, sull’altare di una chiesa. Non faccia a faccia, ma uno dopo l’altro per rispondere alle domande (identiche per entrambi) formulate da Rick Warren, il reverendo evangelico più popolare ed equidistante d’America, che afferma di essere amico sia dell’uno sia dell’altro. E per una sera, la campagna elettorale ha preso il sopravvento sulle Olimpiadi, tanto più che l’evento trasmesso ieri in diretta tv è stato davvero storico: mai, nella storia americana, due candidati si sono confrontati, seppur indirettamente, in un luogo di culto. Ma gli Usa di oggi sono sempre più religiosi e le minoranze attive della varie chiese cristiane sempre più influenti politicamente. Quattro anni fa, nove evangelici su dieci votarono per Bush, garantendogli il successo su Kerry; anche quest’anno la maggior parte di loro sceglierà il repubblicano McCain, ma non più all’unanimità. Molti sono indecisi e Obama potrebbe arrivare al 30, forse addirittura al 40%; abbastanza per togliere voti preziosi al rivale in alcuni degli Stati chiave.
Un confronto molto atteso, sia per la tempistica - i due candidati non si incroceranno più fino a dibattiti televisivi alla vigilia del voto - sia per la dinamica della campagna elettorale. Da qualche settimana McCain è in forte recupero e sebbene nel computo dei voti elettorali Obama sia ancora agevolmente in vantaggio, le percentuali a livello nazionale indicano una situazione di estrema incertezza, con il leader democratico avanti di appena due punti (43 a 41%). Insomma, conquistando due o tre Stati in bilico il candidato repubblicano potrebbe farcela.
L’estate gli è stata propizia. Paradossalmente McCain deve essere grato a Putin e al presidente georgiano Saakashvili: la crisi in Georgia si è riverberata sulla campagna per le presidenziali Usa, ponendo in primo piano qualità come l’esperienza e la leaderhsip. E su questo terreno non c’è gara tra i due. Quando si affrontano temi internazionali il repubblicano sa di cosa parla ed è molto determinato. Sul Caucaso non ha avuto dubbi: linea dura con il Cremlino, in piena sintonia con l’opinione pubblica americana. Obama, invece, si è mostrato esitante, dapprima troppo tenero con i russi, poi severissimo ma fuori tempo massimo.
Più in generale è la sua immagine a essere offuscata. Fino a maggio era il politico che faceva sognare gli elettori. Oggi però è visto sempre più come un elitario, un po’ snob, troppo colto e raffinato per piacere all’America profonda. E subisce i contraccolpi di una campagna a colpi di spot molto dura da parte del suo rivale e di alcuni libri, non si sa quanto affidabili ma di gran successo, che dipingono un Obama assai diverso da quello che lui stesso ha narrato nella propria autobiografia.
Anche la crisi del greggio sta portando non pochi voti a McCain: piace la proposta di trivellare l’Alaska alla ricerca degli immensi giacimenti petroliferi e il progetto per aumentare il numero delle centrali nucleari, riducendo drasticamente la dipendenza energetica dall’estero. Il senatore dell’Illinois invece appare più convincente quando si tratta di valutare i programmi economici per far uscire l’America generata dalla crisi dei subprime. Idee geniali, nessuna; ma certe proposte vagamente protezioniste e soprattutto l’intenzione di introdurre regole più severe in campo finanziario incontrano il favore dei cittadini, che in questo momento cercano soprattutto protezione, chiedendo un taglio netto con il partito repubblicano. E con Bush.
Già, l’eredità del presidente uscente è il grande handicap di John McCain, mentre Barack Obama sa di poter contare su un volano formidabile: la popolarità del partito democratico, che, secondo i sondaggi, a novembre trionferà sia alla Camera dei deputati sia al Senato, riducendo le possibilità di un voto in controtendenza per la Casa Bianca.
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