Obama elefante nella cristalleria mediorientale

Il presidente americano Obama dovrebbe smetterla di pasticciare col Medio Oriente, di cambiare posizione due volte in due giorni sulla più grave delle situazioni sul tappeto della pace mondiale, il futuro dell’Egitto. Dovrebbe smetterla di mettersi in relazione con il bene assoluto invece che con quello della sua nazione e di tutto il mondo che, dietro agli Usa, crede nella libertà, nel libero mercato, nella monogamia, nei diritti delle donne. Che frivolezza è mai questa? Che razza di informazioni ha la signora Clinton quando ci dice che «Non importa chi detiene il potere (comunque, non si sa mai, magari Mubarak la sfanga, sembra sottintendere questa frase ndr), il punto è come risponderemo ai legittimi bisogni e alle lagnanze del popolo egiziano». Ottimo, ma Obama, che ha dato questa linea mollando il suo alleato di sempre, il suo punto di riferimento nel mondo arabo dopo parecchie ore di incertezza, lo sa che fra le “lagnanze” le più dure (ormai comuni in piazza) oltre che contro Mubarak, inveiscono contro gli Usa e Israele, e contro il mondo occidentale in generale? Lo sa che questa grande rivoluzione di piazza, che nella nostra visione ha soprattutto connotati sociali, deve invece essere misurata su connotati culturali islamici completamente diversi?
Ma ci richiama alla realtà il sito jihadista salafita Minbar Al Tawhid dove il prominente clerico Abu Mundhit Al Shinqiti raccomanda di partecipare alle manifestazioni spiegando: «Siamo sull’orlo di uno stadio storico per la nazione islamica, la caduta del regime egiziano sarà simile al terremoto dell’11 di settembre». L’11 di settembre, Presidente! Obama dovrebbe ascoltare il chiaro suggerimento di Al Shinqiti. Sa che in queste ore fra le varie forze in campo si gioca la trattativa per un governo in cui la Fratellanza Musulmana dovrebbe avere un ruolo preminente? Che l’abbiamo attraversata di già, con gli Hezbollah in Libano, questa fase “democratica”? Sa che gli slogan nelle piazze hanno un carattere sempre più antiamericano e antisraeliano? La piazza egiziana dice e scrive sui muri: «Gli Usa sostengono il regime non il popolo»; per Mubarak hanno scritto sul ponte più grande del Cairo «Traditore, vattene in Israele»; e «Questa è la fine di tutti gli ebrei».
Obama non vede quello che ha combinato in Medio Oriente con la sua piacioneria? Ha lasciato, fingendo di sostenere il governo libanese, che gli hezbollah ne facessero una colonia iraniano-siriana; ha rafforzato il potere di Assad, un dittatore che adesso spiega che la Siria è stabile perché ha evitato ogni accordo di pace con Israele. Obama ha lasciato che la Turchia scegliesse la sponda islamista. Ha abbandonato Israele ai lupi, con varie sdolcinatezze su qualche appartamento a Gerusalemme est senza mai accorgersi che il Maghreb, l’Egitto, la Giordania stavano prendendo fuoco. Magari le rivoluzioni democratiche fossero avvenute perché Obama, come George Bush, ha scelto la via dei dissidenti. Al contrario, quando i dissidenti erano là a centinaia di migliaia nelle piazze di Teheran, Obama li ha piantati in asso. Quali dissidenti adesso sta aiutando Obama con la sua presa di posizione anti leadeshisp egiziana? Non certo Saad Eddin Ibrahim, non Ayman Nur, disperati democratici spesso incarcerati, abbandonati dagli USA. Obama non ha mai seriamente cercato di aiutarli di fronte allo strapotere di Mubarak. Oggi, inutile invocare la democrazia senza averne preparato le infrastrutture. La transizione non fa sconti; le elezioni, come è accaduto con Hamas, diventano sovente un’acuta arma contro il popolo stesso. Sarebbe un bel risultato per Obama, adesso, farfalleggiare con i diritti umani mentre va al potere un popolo che per il 59 per cento preferisce l’islamizzazione e per il 29 la modernizzazione; che per l’82 per cento è per la lapidazione a chi commette adulterio e per l’84 chiede la pena di morte per chi cambia religione. Obama le legge le famose “Pew poll”? Le legga, il presidente americano, e smetta di inchinarsi al re saudita come fece a Riad; di inchinarsi all’Islam come fece all’Università di Al Azhar al Cairo; allo status quo in Iran; e ai dimostranti egiziani, senza indagare il futuro.