Obama fa il pieno in tv: 230 milioni in pubblicità. Nella notte il megaspot

Ieri l’appello del democratico agli elettori: 30 minuti nell’ora di massimo ascolto. Confronti: il senatore dell’Illinois ha speso per la propaganda sui diversi canali televisivi quasi il doppio del suo rivale

nostro inviato a Kissimmee (Florida)

Il telecomando non serve più: stasera in tv c’è solo Obama. La sua faccia, la sua storia, la sua voce, la moglie, le figlie, il sogno, il futuro. Questo è il giorno del grande spot. Dello show in prima serata. Inutile cambiare canale, per mezz’ora l’America non ha altra scelta: può guardare lui e lui. Sulla Nbc, sulla Cbs, su Univision, su Fox, su Bet, su One tv. L’ultimo affondo mediatico è il monopolio del prime-time, con l’esclusione della Cnn che non ha voluto la pubblicità, ma che tanto all’ora di cena parlerà di Obama lo stesso. Barack cerca il colpo di grazia con l’ultimo colpo a effetto. Un colpo milionario come mai s’era visto nella storia delle elezioni. Tre milioni per uno spot, tre milioni per battere ogni record, per ribadire che la potenza economica della sua campagna è in grado di fare qualunque cosa.
Allora tutti comodi che comincia lo show: violini, bandiere americane, prati verdi, il bianco e nero che diventa a colori, la musica da colossal. Lui in mille versioni: serio, sorridente, presidenziale, marito, padre, politico. Quando l’America si alza da tavola per piazzarsi sul divano si trova davanti un treno merci che attraversa la prateria. È il simbolo di una corsa infinita che dura da un anno e mezzo e che ha portato Barack in ogni angolo degli Stati Uniti. Poi vede Obama seduto a un tavolo con un gruppo di operai bianchi: «Negli ultimi otto anni abbiamo visto come le decisioni di un presidente possono avere una profonda influenza sul corso della storia e sulla vita degli americani: molto di quello che non funziona nel nostro Paese ha radici profonde». Obama tocca i temi della campagna elettorale. Con gli operai sfiora la crisi economica, poi parla della madre, Ann Dunham: lei e le sue difficoltà che ha avuto per combattere la malattia che alla fine l’ha uccisa; lei e l’amarezza per le società di assicurazione sanitaria che non volevano pagarle le cure.
Sarà tutto diverso con lui, è questo il messaggio. Con lui la sanità sarà un diritto. Con lui non ci saranno discriminazioni. Lo spot serve a illudere e l’illusione ha bisogno di autorevolezza. Allora ecco l’immagine successiva, quella di Obama in piedi davanti a una scrivania e a una bandiera a stelle e strisce: «Sono decenni che parliamo degli stessi problemi. Negli ultimi 20 mesi ho girato il Paese in lungo e in largo, Michelle e io abbiamo incontrato tanti americani che vogliono un cambiamento concreto e duraturo che faccia la differenza nella loro vita». È lui il cambiamento. Quante volte ha pronunciato la parola «change» in questa campagna? Qualcuno s’è divertito a fare una stima: tra un miliardo e un miliardo e settecento milioni di volte. Change, change, change. Qui non poteva mancare, ovviamente. Perché questo è lo spot dei guinness e per organizzarlo lo staff del candidato democratico ha preso tutto il meglio che poteva. Il creatore è Mark Putnam, l’uomo che ha inventato la pubblicità elettorale più bella degli ultimi dieci anni, quella del colloquio di lavoro del governatore del New Mexico: «Lei è stato ambasciatore, ministro, economista, due volte candidato al Nobel, governatore. Che aspetta a candidarsi a presidente?».
Il regista, invece, è Davis Guggenheim, figlio del documentarista ufficiale della campagna di Robert Kennedy. Per averli Obama ha pagato in anticipo senza pensare a quanto chiedessero. In cassa c’era denaro a sufficienza. Più di quanto ne avesse quel folle di Ross Perot, che nel 1992 comprò anche lui spazi da mezz’ora per cercare di convincere l’America di poter diventare il primo presidente indipendente dell’era moderna. Perot pagava con i soldi suoi, Obama paga con quelli raccolti dalla campagna più ricca della storia: un miliardo e mezzo di dollari l’ultima stima. Per questo può battere tutti i record: con gli ultimi spot, la somma spesa dal candidato democratico in pubblicità televisive raggiunge i 230 milioni, quasi cinquanta in più rispetto a quella che già sembrava una somma imbattibile: i 188 milioni di Bush nel 2004. Fino al 4 novembre, McCain non riuscirà ad arrivare a 130 milioni. Obama può doppiarlo, perché ha ancora tanti dollari inutilizzati. Avanzi di una campagna così ricca che ha sorpreso persino il suo staff. «Possiamo giocare in attacco fino all’ultimo giorno». Lo faranno, hanno lo spazio, la possibilità, la macchina. Hanno capito la lezione di Jesse Unruh, il deputato californiano che ha inventato la raccolta di fondi moderna: «Il denaro è il latte materno della politica».