Obama ferito ha già l’incubo del voto 2010

Non è vero che Barack Obama non sia preoccupato. Non è possibile. Lo schiaffo preso al primo test elettorale vale per il futuro. Vale per l’anno prossimo. I democratici hanno perso le poltrone di governatori in Virginia e New Jersey, crollano nei sondaggi nazionali, tentennano al Congresso: il presidente dev’essere teso perché sa che questo test aveva poco di locale e molto di nazionale, perché sa che era un primo piccolo referendum sulla sua amministrazione. La sconfitta è il terrore del 2010. È l’angoscia che lo perseguiterà da qui al novembre prossimo, quando l’America andrà a votare per eleggere 37 governatori su 50, tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato.
Un anno è poco. Un anno è pochissimo. Obama da oggi è di nuovo in campagna elettorale permanente: ha perso un anno di governo per colpa della crisi, per infilarsi nel ginepraio della riforma sanitaria, per piazzare la propria immagine nei palinsesti tv. «Di fatto da gennaio a oggi non ha ancora fatto il presidente», ha scritto qualche giorno fa Charles Krauthammer sul Washington Post. Il rischio adesso è che il prossimo anno diventi una corsa infinita e affannosa verso l’appuntamento di metà mandato. Lo vogliono i repubblicani, rinforzati dalla vittoria in New Jersey e Virginia. L’hanno detto: lavorano per far sì che Obama sia un «one term president», un presidente di un solo mandato. Quattro anni e basta. Quattro anni, anzi due, anzi uno, anzi zero. Perché se nel 2010 Obama dovesse perdere l’appuntamento di mid-term smetterebbe di governare a metà del giro, vivendo la seconda parte della sua amministrazione costantemente ostacolato dal Congresso. Ma se nel primo anno ha dovuto gestire solo le emergenze e il secondo lo passerà in campagna elettorale, allora di fatto non avrà governato per niente. Paura, allora. Paura del nemico e paura degli amici: per un paradosso incredibile il peggior alleato del presidente adesso è l’apparato del suo partito che a Capitol Hill sta affrontando con infinita timidezza le proposte della Casa Bianca, soprattutto la riforma sanitaria. Timidi e impacciati perché i democratici hanno il terrore di non essere più rieletti alle prossime elezioni legislative.
Tutto bloccato, quindi. Tutto fermo. Spavento e potere. L’apocalisse di Barack. Troppo? Lo staff della Casa Bianca minimizza la sconfitta di martedì, ma conosce perfettamente la portata dell’evento: limitata se il presidente si dovesse riprendere, gigante se il crollo del fenomeno Obama dovesse proseguire. Perché cala, Barack. Scende la popolarità, scende la sua credibilità. Gli ultimi sondaggi dicono che l’approccio degli elettori è quello di chi aspetta di vedere i fatti: wait and see, dicono gli americani. Obama piace come personaggio, ma non ancora come presidente. La differenza non è sottile, non può essere trascurabile. Ecco perché nella zona della Casa Bianca c’è tensione al di là delle dichiarazioni ufficiali. I consiglieri del presidente e Barack stesso sanno che adesso la partita si gioca tutta in quest’anno che li avvicina alle elezioni di metà mandato: quello sarà il test fondamentale per capire se l’America, nonostante le tante delusioni di questi mesi, sia disposta a ridare fiducia al primo presidente nero della storia. Ma l’incognita è quanto la gente voglia aspettare ancora. Perché i democratici sembrano immobili, mentre i repubblicani cominciano a rianimarsi e riarmarsi dopo la batosta dell’anno scorso. Ora che si sono rimessi in cammino i conservatori hanno cominciato a pressare il presidente. Violenti, anche: per le sue proposte sulla sanità pubblica è stato chiamato «comunista». Nelle piazze, come nei comizi pubblici, è stato accusato di voler introdurre l’eutanasia e l’aborto a spese dello Stato. Secondo l’ex-presidente Jimmy Carter a ispirare questi ultrà è l’odio verso il primo presidente di colore. Ovviamente non è così, lo dice lo stesso Obama. La Casa Bianca pensa che l’opposizione, più che razzista sia visionaria. Si sentono minacciati da chi ai loro occhi li sta portando verso l’ignoto, i conservatori. La paura del presidente è che adesso non lo pensino solo loro.