Obama ha l’acqua alla gola: «Serve un’intesa bipartisan o le tasse ci strozzeranno»

New York«Ci sono molte crisi al mondo che non possiamo prevedere o evitare, come uragani, terremoti, tornado e attacchi terroristici. Questa non è una di queste crisi, il potere di risolverla è nelle nostre mani e dobbiamo trovare un accordo di massima per evitare il default, tra democratici e repubblicani non ci sono poi tante miglia di distanza». Non solo. Sono «molte le vie d’uscita da questo pasticcio». Niente accuse e critiche pesanti di irresponsabilità ai repubblicani, come nel discorso di lunedì scorso, ma toni concilianti e pacati.
Il presidente Obama ha parlato ieri alla nazione con il cuore in mano, in un accorato discorso di appena 5 minuti, invitando democratici e repubblicani a trovare una soluzione bipartisan per evitare il disastro del default. Un Obama più super partes e sempre più in difficoltà, pacato, riflessivo e dai toni quasi parternalistici. La sua leadership appare appannata e dimezzata, le sue pressioni politiche in Senato e al Congresso sono rimaste inascoltate e le sue minacce ai repubblicani fallite miseramente.
Non se la passa meglio il leader dei repubblicani, John Boehner, lo speaker del Congresso: il suo piano di una finanziaria con «tagli» di quasi mille miliardi di dollari è fallito la scorsa notte. Uno schiaffo e un’umiliazione per lo speaker, a cui mancavano i voti proprio di una quarantina di congressmen repubblicani, quelli dell’ala dura del Tea Party che chiedono misure ancora più drastiche nella spesa pubblica e soprattutto il pareggio di bilancio come legge costituzionale.
«Il tempo sta per scadere, serve un accordo per martedì prossimo, altrimenti tutti gli americani pagheranno di tasca propria un conto salato, con l’aumento immediato degli interessi sulle carte di credito, sui mutui per le case e delle auto, i mutui degli studenti universitari saranno più costosi e il costo del denaro sarà più alto per tutti, per le piccole e medie aziende e per le grandi corporate», ha aggiunto Obama, sottolineando che il rischio di un downgrade degli Stati Uniti è dietro la porta. Sarebbe il primo presidente a subire il baratro economico e finanziario del default e il primo a perdere il rating della AAA.
«Dobbiamo agire per aiutare la fragile economia. Il potere di risolvere l’aumento del tetto del debito pubblico è nelle nostre mani», ha detto un Obama con toni diversi dal solito, non più quello del «messia», ma del presidente che rischia di passare alla storia come quello della bancarotta. E i margini di un accordo all’ultimo minuto ci sarebbero, lo ha spiegato ieri lo stesso Obama: «Il presidente del Senato Reid, un democratico, ha un piano che contiene tagli appoggiati dai due partiti. Il senatore McConnell, leader dei repubblicani al Senato ha una soluzione che ci può aiutare a superare l'impasse. E molte modifiche possono essere apportate a questi due piani, in questo week-end, per poi presentare al Congresso e al Senato un’unica legge finanziaria che firmerò immediatamente".
A parole sembra facile, ma democratici e repubblicani devono mettere da parte le loro differenze ideologiche. È quanto ha chiesto il presidente nel suo discorso: «Dobbiamo raggiungere un compromesso entro martedì in modo che il Tesoro possa continuare a pagare i propri conti come ha sempre fatto. Se non lo faremo perderemo il rating AAA, non perché non abbiamo la capacità di pagare le pensioni, i rimborsi medici e i grandi lavori pubblici, ma perché non avremmo un sistema politico da tripla A», ha concluso Obama, esortando i maggiorenti del partito democratico e repubblicano a lavorare per raggiungere a tutti i costi un compromesso.
A mettere altra carne al fuoco è arrivato anche l’allarme dei banchieri. Gli amministratori delegati di 14 grandi banche americane, tra cui Bank of America, JPMorgan e Goldman Sachs, hanno inviato ieri una lettera a Obama spiegando che se non si eviterà il default l’impatto sull’economia americana sarà gravissimo.