Obama: "Mai in guerra con l'Islam"

Il presidente americano snobba Merkel e Sarkozy: &quot;Sì ad Ankara nella Ue&quot; e poi precisa: &quot;L'America non è e non sarà mai in guerra con l'Islam&quot;.<a href="/a.pic1?ID=342159" target="_blank"><strong> La Casa Bianca: &quot;Grande stima per Berlusconi&quot;</strong><br />
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«Lasciatemelo dire con chiarezza: l’America non è e non sarà mai in guerra con l’Islam». Parola di Barack Obama, che durante la sua prima visita in un Paese musulmano ha dato forza e consistenza al messaggio di riconciliazione già delineato lo scorso gennaio durante il discorso di insediamento.

Ancora una volta il contrasto con George Bush è netto. Basta toni da crociata, l’America vuole fare la pace con tutti, anche e soprattutto in questa parte del mondo. «La nostra partnership con il mondo islamico è cruciale per far arretrare delle ideologie estremiste rifiutate dai popoli di ogni fede», ha dichiarato il presidente americano parlando al Parlamento di Ankara. La prospettiva è ribaltata, l’astio generato dall’11 settembre archiviato e con essa la convinzione che il conflitto di civiltà sia inevitabile. L’Islam non è più una religione che nelle sue forme più estreme minaccia l’America, «ma una fede che tanto ha fatto nel corso dei secoli per migliorare il mondo, inclusi gli Stati Uniti». E che tanto può fare, soprattutto la Turchia, che resta uno degli alleati strategici degli Usa, da coccolare, proteggere, incoraggiare, spingendolo nelle braccia dell’Unione europea.

Da oltre vent’anni Washington sollecita la Ue ad accogliere Ankara e non basta il no pronunciato appena 24 ore prima da Sarkozy e dalla Merkel a far recedere la Casa Bianca, che, anzi, rilancia: «Gli Usa sostengono fermamente la candidatura di Ankara alla Ue». Secondo Obama la Turchia «è legata all’Europa da più di un ponte che attraversa il Bosforo» e la sua adesione «permetterebbe di ampliare e rafforzare ancora di più le fondamenta di un’Europa», che ottiene beneficio «dalla sua diversità di etnie, di tradizioni e fedi religiose». Musica per il premier turco Erdogan, sebbene condita dall’incoraggiamento ad accelerare le riforme di lungo periodo richieste da Bruxelles.

Tra il duo Parigi-Berlino e Ankara, Obama ieri ha scelto la seconda, come peraltro ampiamente previsto; perché la Turchia è fondamentale e agli Usa non dispiacerebbe se in futuro i rapporti fossero ancora più stretti, archiviando definitivamente i dissapori del 2003, quando Erdogan negò a Bush l’uso della basi militari per attaccare l’Irak di Saddam Hussein. Le relazioni «possono diventare un modello di partnership tra un Paese a maggioranza cristiana e uno a maggioranza musulmana», ha annunciato solennemente il capo della Casa Bianca, evitando accuratamente qualunque critica. In campagna elettorale voleva che la strage degli armeni del 1915 venisse riconosciuta dal Congresso americano come un genocidio, ieri si è limitato ad elogiare i colloqui in corso tra il governo turco e quello armeno, mentre ha sostenuto con convinzione la lotta contro il Pkk curdo, definito un «movimento terroristico». E non è bastata qualche preoccupazione sulla sicurezza a rovinare il clima molto positivo della visita. La polizia ha bloccato la marcia di un gruppo nazionalista, arrestando 15 persone, mentre, secondo alcuni siti islamici (ma non ci sono conferme ufficiali) le forze di sicurezza avrebbero arrestato a Istanbul un finto giornalista di Al Jazeera intenzionato a uccidere il presidente americano.

Un Obama nel discorso al Parlamento si è rivolto anche a Israele e all’Iran. Al primo ha ricordato che gli Usa auspicano senza ripensamenti uno Stato palestinese, che possa convivere in pace con quello ebraico e ha invitato il mondo a non cedere al pessimismo. Al secondo ha rivolto un appello, sebbene fugace: «Teheran deve scegliere tra dotarsi di un’arma nucleare o creare un futuro per il suo popolo»; in altre parole: l’America non tende la mano solo all’Islam, ma anche agli ayatollah nella convinzione, sono parole sue, «che la forza, da sola, non può risolvere i problemi» e che l’«avvenire debba appartenere a chi crea, non a chi distrugge».
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