Obama mazziato, i «repubblicones» sono in lutto stretto

Egregio dott. Granzotto, noi lettori del Giornale sappiamo che lei non ha mai avuto molta considerazione per Obama e ha sempre irriso ai nostri «sinceri democratici» che arrivarono al punto di copiarne anche lo slogan elettorale. E anch’io ho nutrito le sue stesse perplessità sul personaggio. Oggi, dopo la batosta elettorale di metà mandato devo tuttavia riconoscere che le tegole che gli sono piovute tra capo e collo non appena insediato non gli hanno lasciato molta libertà di manovra per realizzare il suo programma. Non ha avuto serpi in seno come il nostro Cavaliere, ma ha dovuto fronteggiare un disastro finanziario epocale e, per buona misura, disastri ecologici di rilevanza mondiale. Ora il suo compito sarà ancora più difficile, ma dobbiamo augurarci che possa governare con relativa tranquillità perché l’America è sempre l’America e ogni malessere che la tocca si propaga subito nel resto del mondo, in particolare in Europa.
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Non ce l’ho mai avuta con Barack Obama, caro Galluccio. E come potevo permettermi una simile arroganza, poi? Stiamo pur sempre parlando del presidente degli Stati Uniti, mica di un Italo Bocchino qualsiasi. Quello che mi parve di capire da subito è che Obama si sarebbe rivelato, agli occhi degli sfegatatissimi ammiratori che vedevano in lui il nuovo messia, l’uomo dal tocco magico, una «sòla». Uno, cioè, che a Napoli definirebbero guapp’e cartone e l’Al Capone degli Intoccabili - se lo ricorda il film di Brian De Palma? - uno «tutto chiacchiere e distintivo». Più, molte più chiacchiere che distintivo, per la verità. Solo dei gonzi potevano infatti credere al fanfaronismo dell’Obama candidato, alla sua promessa di cambiare il mondo portandovi pace, giustizia e soprattutto quella felicità che i gonzi, sempre loro, pretenderebbero fosse assicurata dalla mutua, come il vaccino contro l’influenza. C’è voluto un anno perché la sbornia obamiana passasse, ma è stato un anno di fregole incredibili: ciò che usciva dalla bocca del neopresidente era immediatamente definito «storico». Perfino l’infantile e assai imbarazzante invio all’islam fanatico e jihadista di videocassette con l’appello al dialogo, al confronto e alla stretta di mano perché sulla terra siamo tutti fratelli (cassetta che fece ridere a crepapelle Ahmmadinejad, figuriamoci quei teppisti bombaroli di Al Qaida) fu ipso facto annoverato fra le iniziative storiche di Obama. Questo per dire quanto fosse gagliarda la ciucca. Ma venne il risveglio, seppure accompagnato da un forte mal di testa causato dal piglio alla Bush adottato da Obama nell’affrontare i problemi iraniani e afghani. Lui, che doveva riscattare l’America dalle malefatte del suo predecessore, malefaceva tal quale. Per i «sinceri democratici», quelli che negli Usa si definiscono liberal, fu come una mazzata fra capo e collo.
In ogni modo non c’è ragione di preoccuparsi, caro Galluccio. Uscito assai spennacchiato dalle elezioni, abbassata la cresta e dismessa quell’arietta da azzimato profeta da salotto radical-chic, per i due anni di mandato che gli restano Obama sarà un buon presidente. La cosa non ci riguarda, ma vedrà che, tornato com’è coi piedi per terra, ridurrà ancor più striminzita di quello che è la sua riforma dell’assistenza sanitaria. Con la quale conquistò il cuore dei repubblicones, delle Concite De Gregorio, dei Veltroni e delle Rosy Bindi. Ma non quello degli americani, da sempre insofferenti alle (costosissime) ingerenze dello Stato e ben fermi nella convinzione che il futuro e la felicità uno se le debba garantire da sé. C’è voluta la batosta elettorale, ma capito quello, vedrà che Obama farà coscienziosamente il suo lavoro che è poi quello di fare gli interessi di un’America che right or wrong, nel bene o nel male, è il suo Paese.