Obama-McCain, via alla partita: ecco i loro assi

Il candidato democratico punta tutto sul malessere della classe media, sull'impopolarità di Bush e della sua eredità

Dicono ci sia la mano di Karl Rove, dietro Sarah Palin. Lui lo sapeva già, lui aveva approvato la scelta, per evitare il rischio Lieberman e per non far fare un autogol a McCain. Rove non è nello staff del candidato repubblicano, ma da qualche mese collabora con lui, suggerisce, consiglia, aiuta. Ha fatto vincere due elezioni a Bush, può servire. Allora la telefonata che ha salvato McCain dalla possibilità di prendere con sé l'ex democratico Lieberman l'ha fatta lui, lo stratega più importante dell'ultimo decennio della politica americana. «Non prendete Joe. Con lui McCain rischia troppo».

La Palin è entrata in campo domenica scorsa. Un messaggio in segreteria le ha cambiato la vita: «Vediamoci giovedì a casa mia in Arizona. Ciao, John». La governatrice dell'Alaska s'è presentata con il marito e ha saputo i dettagli, perché il resto l'aveva già capito.

Cinque giorni appena, quindi. Cinque giorni dalla scelta all'annuncio: McCain aveva inserito il nome della Palin nella lista dei possibili vice a marzo e poi non si era fatto più sentire. Rove l'aveva indicata più volte come una delle papabili, con il governatore del Minnesota Tim Pawlenty e con l'ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney. La sfida vera allora è stata fra loro tre, con lo spauracchio Lieberman ad agitare i pensieri dei repubblicani più ortodossi e degli strateghi più attenti. D'accordo che è un amico fraterno di McCain, ma sarebbe stato un rischio forte, un messaggio sbagliato. La Palin non ha esperienza, non è conosciuta, ma evidentemente serve di più allo scopo, a convincere quell'elettorato ancora indeciso, a prendere qualche Stato ballerino, a rosicchiare qualche voto dell’elettorato femminile, forse più quello anti-hillariano di quello hillariano.

La domanda che si fa l'America adesso è quanto la scelta a sorpresa può essere un vantaggio o un rischio per McCain. «Non sarà facile far digerire gli hamburger di alce e le bistecche di caribù ai metalmeccanici in cassa integrazione del triangolo industriale della Pennsylvania», ha detto uno stratega repubblicano con il blogger Marc Ambinder. I grandi giornali sono rimasti spiazzati, perché neanche loro conoscono davvero Sarah Palin. Ieri molti hanno raccontato l'inesperienza della governatrice dell'Alaska: hanno chiesto agli storici a che livello di inesperienza è rispetto agli altri candidati alla vicepresidenza del Novecento. Hanno avuto la risposta che volevano per mettere in difficoltà il ticket repubblicano: «Ultimo». È la strategia voluta dai democratici che rispondono con la stessa tattica usata dai conservatori contro Obama: «Non è pronto». Sarà anche inesperta, Sarah. Ma i numeri del gradimento del suo lavoro come governatrice sono incredibili. L'ultimo è di un mese fa: ha un livello di approvazione che supera l'80 per cento.

La gente fuori dall'Alaska non la conosce? Anche Bill Clinton era uno sconosciuto e si candidava alla presidenza. La Palin è «solo» una numero due, adesso. I sondaggi, i primi, dicono che dopo la sua scelta come vice, il 38 per cento degli uomini ha un motivo in più per votare McCain, mentre per le donne la percentuale scende al 32 per cento. Ora aspettano tutti il suo primo discorso, alla convention di Minneapolis-St. Paul. Ha parlato troppo poco per farsi conoscere, però ha detto che è pronta a lottare. E può bastare, per ora: se ci crede lei poi ci crederanno anche gli altri.