Obama: "Il mio sogno è un'America migliore" Sorpresa McCain, lancia una donna come vice

Discorso durato 35 minuti e
pronunciato di fronte a 84mila persone nello stadio Mile
High. Al Gore: "E' il nuovo Abramo Lincoln". Secondo gli ultimi sondaggi,
impennati i consensi per Barak al 48%

Denver - Barack Obama, da questa notte ufficialmente il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, il primo afroamericano. Con una grinta che fino ad ora aveva celato, Obama nel suo discorso ha ribadito con insistenza il leitmotiv della convention di Denver: il rivale repubblicano John McCain è un sosia del presidente George W Bush e di Bush gli americani ne hanno fin sopra i capelli.

Un'America migliore "Ora basta!" ha detto Obama, alzando la voce e lasciando cadere la frase nel vuoto, per effetto scenico, sollevando un boato da stadio. "Agli americani, ai democratici, ai repubblicani e agli indipendenti di questo grande Paese, questa notte dico basta!". Il suo appello a cambiare l’America è durato 35 minuti, pronunciato di fronte a 84mila persone, su un palco costruito nel bel mezzo di uno stadio da football, il leggendario Mile High, con una coreografia un pò kitsch fra il Giardino delle Rose della Casa Bianca, il monumento dedicato a Lincoln a Washington, e un goffo tempio greco. I repubblicani hanno colto l’occasione per attaccare Obama "sceso dall’Olimpo", pieno di parole ma privo di contenuti. Ma nel suo discorso ai delegati e ai colleghi di partito Obama ha risposto colpo su colpo. Bush, McCain, Bush, McCain. "America, siamo migliori degli ultimi otto anni - ha detto ai sostenitori e ai milioni di spettatori che lo ascoltavano in diretta tv - »siamo un paese migliore di questo".

I punti caldi del discorso Il lavoro, la casa, la benzina, la sanità, l’istruzione. Il cahier des doleances è un lungo elenco di errori di Bush o di guai che Bush non ha saputo risolvere, lasciando al prossimo presidente un’America a pezzi. La promessa di Obama è quella di ripararla, rispondendo "con immensa gratitudine e grande umiltà" al mandato che i democratici gli hanno affidato con la storica nomination. Parla nel quarantacinquesimo anniversario del discorso del "sogno" di uguaglianza di Martin Luther King, ma Obama non cita mai il suo colore della pelle. Che si tratta di un "giorno storico" ci ha pensato il suo avversario a dirlo: McCain con abile mossa ha annunciato una tregua di un giorno nella campagna contro Obama, in segno di rispetto. Obama non ha restituito il favore: "Se McCain vuole avere un dibattito sul temperamento e sul giudizio che servono al prossimo comandante delle forze armate - ha detto - non vedo l’ora di cominciare". Il senatore dell’Arizona, secondo Obama, "Non è sordo ai problemi del Paese, semplicemente non è in grado di capirli". Altrimenti non voterebbe nove volte su dieci come vuole il presidente Bush: "Non so cosa ne pensate voi - ha detto il senatore di Chicago alla platea della convention - ma per me una possibilità su dieci che le cose cambino è troppo poca". E poi, con lo sguardo alla convention repubblicana di St. Paul e Minneapolis: "La settimana prossima in Minnesota lo stesso partito che vi ha regalato George Bush e Dick Cheney, chiederà un terzo mandato. Siamo qui per dire che amiamo troppo questo Paese per consentire che i prossimi quattro anni siano uguali agli ultimi otto. Il 4 novembre dobbiamo alzare la testa e dire chiaro: 'otto anni bastano'".

Il nodo centrale: l'economia L’economia è al centro dell’intervento, e non è un caso che ad introdurre Obama siano stati gli interventi di americani qualunque (scelti rigorosamente in swing states come l’Ohio e la Florida). "La forza dell’economia non si misura con il numero dei miliardario o dai profitti del Fortune 500", un’economia è forte "se premia la dignità di chi lavora". Sembrano parole di Hillary Clinton e anche la grinta del senatore ricorda quella dell’ex first lady; e di Clinton è anche il target del discorso: i colletti blu, le donne dell’America profonda, i bianchi degli Appalachi e del Midwest, che decideranno il voto del 4 novembre.

Politica estera e la "guerra sbagliata" Anche sulla politica estera - considerata il suo punto più debole - Obama ha attaccato McCain a testa bassa. E soprattutto sulla "guerra sbagliata" in Iraq e sulla gestione della guerra in Afghanistan vuole dimostrarsi capace di essere commander in chief. Più del rivale. "Quando McCain pensava già ad attaccare l’Iraq, subito dopo l’11 settembre, io mi sono opposto alla guerra, nella convinzione che ci avrebbe distratto dalla reale minaccia del terrorismo. E quando McCain pensava che in Afghanistan sarebbe stata una passeggiata, io ho detto che avevamo bisogno di mandare altre truppe per portare a termine la guerra contro i terroristi che ci avevano attaccato e ho detto chiaro che dovevamo fare fuori Osama bin Laden ovunque e a qualunque costo". Obama ha poi ribadito che intende riportare a casa le truppe dall’Iraq entro 18 mesi e ha rivendicato l’eredità del passato democratico nella gestione dei rapporti col mondo: "Siamo il partito di Roosevelt e Kennedy: non mi vengano a dire che i democratici non difenderanno questo paese. La politica estera di Bush e McCain ha sperperato il lascito di generazioni di americani repubblicani e democratici. Siamo qui per ricostruire quel lascito".

I sondaggi di opinione La speranza dei democratici è che la kermesse possa far rimbalzare Obama nei sondaggi di opinione. Secondo il premio Nobel per la pace Al Gore le elezioni sono incerte perché "i poteri forti e le forze dello status quo hanno una maledetta paura del vento di cambiamento". Secondo infatti il sondaggio quotidiano che la Gallup pubblica sul suo sito internet, l’effetto convention ha fatto impennare i consensi per Barak Obama, schizzato al 48%, sei punti sopra il candidato repubblicano John McCain, dopo molti giorni di sostanziale parità, con scarti al massimo di uno o due punti.

Il discorso di Al Gore Gore è stato l’altro grande protagonista dell’ultima notte di convention, arrivando a paragonare Obama ad Abramo Lincoln. Per Gore, Obama ha la stessa esperienza che aveva Lincoln al momento della sua candidatura: "Prima di entrare alla Casa Bianca, Lincoln aveva fatto otto anni nel parlamento statale dell’Illinois, a Springfield, e un mandato al Congresso, durante il quale mostrò il coraggio e la saggezza di opporsi all’invasione di un altro Paese, che è cominciata nell’entusiasmo generale ma è stata condannata dalla storia". Anche Obama viene dal senato dell’illinois ed è una matricola del Congresso, ma ha avuto il giudizio di dire no alla guerra in Iraq, quando tutti - colleghi di partito inclusi - la invocavano. "L’esperienza che i sostenitori di Lincoln apprezzavano di più - ha continuato Gore - era la straordinaria capacità di ispirare la speranza nel futuro, in un momento di crisi. Era conosciuto soprattutto per essere un fine pensatore e un grande oratore, per la sua passione per la giustizia e per la sua determinazione a sanare le profonde divisioni nel nostro Paese". Gore ha soltanto omesso di dire che Lincoln era un repubblicano. E voilà, la metamorfosi di Obama è completa: lunedì Ted Kennedy ha detto alla convention democratica di Denver che Barack Obama, il candidato del partito alla Casa Bianca, è il nuovo John Fiztgerald Kennedy, mercoledì notte l’ex presidente Bill Clinton ha passato al giovane senatore dell’Illinois il testimone, consacrandolo come uno di famiglia, per talento, intelligenza, carisma. E ora Lincoln.

L'urlo dello stadio: "Yes we can" È finita con un applauso senza fine, il colpo d’occhio era di quelli che tolgono il fiato, tra bandiere americane, coriandoli bianchi, rossi e blu che piovevano dal cielo, cartelli con il nome del senatore, un oceano di luci e un grande urlo gridato all’unisono "Yes we can", sì, possiamo, lo slogan della campagna di Obama. Mentre il cielo era illuminato da fuochi d’artificio, il senatore dell’Illinois è stato raggiunto sul palco dalla moglie Michelle, dalle figlie Sasha e Malia e dal vice Joe Biden e sua moglie Jill. I quattro, mano nella mano, si sono fatti avanti per raccogliere l’applauso, la rockstar e i suoi compagni di scena, mentre le telecamere inquadravano, tra il pubblico, volti in lacrime.