Obama offre pace all’Iran. Una svolta storica? Sì, ma sembra un ultimatum

Obama l'aveva detto: sarebbe ripartito da zero con tutti i dossier, cioè con tutti i Paesi con cui gli americani hanno vita difficile, a cominciare dalla Russia e passando per l'Iran. E l'apertura all'Iran è arrivata: «Azzeriamo trent'anni di vita difficile insieme e ripartiamo da zero». Ha risposto subito l'Iran: «Va bene, a patto che alle parole seguano i fatti». Di qui un certo panico europeo: che fa, Obama? Scherza col fuoco? Si arrende davanti ai mullah e agli ayatollah? Oppure ha qualcosa in serbo? Ma gli europei per la gran parte hanno gioito scambiando evidentemente l'apertura di Obama per una garanzia del fatto che l'America rinuncia definitivamente a usare la forza con l'Iran. Sbagliano. Il fatto è che questa apparente apertura è in realtà una sfida micidiale che potrebbe portare la pace definitiva (poco credibile) o, più probabilmente, a un regolamento finale di conti.
Io mi baso su quel che ho sentito dire da Obama nell'agosto scorso quando, parlando dell'Iran, fu chiaro e quasi brutale dicendo più o meno così (ricostruisco a memoria): «Noi non vogliamo incomprensioni, non vogliamo tirarci dietro il bagaglio di trent'anni di tensione e sfide: vogliamo sedere a un tavolo con l'Iran e discutere apertamente di tutto. E a quel punto faremo sapere all'Iran che loro devono rinunciare al loro programma nucleare che consideriamo incompatibile con la coesistenza pacifica con noi».
Ora, si sa bene che gli iraniani non vogliono cedere su due temi per loro fondamentali: il primo è la libertà di repressione interna con cui il governo di Mahmoud Ahmadinejad intende tenere sotto la pressione del terrore i propri sudditi e il secondo è proprio la questione nucleare. Gli iraniani non ne vogliono sapere di rinunciare a un programma nucleare "civile" che possa però essere facilmente convertito alla produzione militare di armi atomiche. E su questo non mollano. D'altra parte gli iraniani sanno che senza il loro consenso gli Stati Uniti non hanno accesso all'Afghanistan e al Pakistan e per Obama l'Afghanistan è importantissimo avendo intenzione di chiudere la partita militare in quel paese dove ha trasportato nuove truppe.
La risposta iraniana all'apertura americana è stata immediata e apparentemente pragmatica: Teheran dice di voler vedere «i fatti» dopo le parole e i fatti possono essere soltanto quelli della fine della politica di interdizione sulle armi nucleari. Ma è proprio lì che gli iraniani si illudono di poter vincere la partita. Obama ha interesse a dimostrare di aver fatto tutto il possibile prima di arrivare al punto di non ritorno e ne ha bisogno per motivi prima di tutto di politica interna: deve dimostrare al suo elettorato di non essere un nuovo Bush e di dare sempre la precedenza ai processi di pace.
Inoltre Obama ha bisogno di tempo per la riconversione dell’apparato militare in Afghanistan e vuole tenere aperta la porta iraniana per non compromettere le sorti della guerra. Si tratta di una partita molto complicata sia sul piano diplomatico che su quello militare e il nuovo presidente americano ha interesse a non sbagliare un colpo e a non forzare i tempi.
Ma contemporaneamente si sa che il Dipartimento di Stato e il Pentagono mantengono tutti i comportamenti della linea dura in modo che diplomazia e apparato militare procedano con lo stesso passo.
Che cosa accadrà? Lo scenario più prevedibile è quello di una serie di colloqui fra sordi, in cui gli americani diranno di essere disposti a ogni concessione in cambio della rinuncia nucleare e gli iraniani diranno che a tutto possono rinunciare ma non al nucleare. Obama vuole contemporaneamente alleggerire la pressione sulla Russia con una serie di concessioni formali e di poco conto sui sistemi antimissile, per poter ostacolare un gioco iraniano da parte di Mosca e uno moscovita da parte di Teheran. Ma al termine di questa partita, come dicevamo all'inizio, a meno che non ci sia una imprevista resa iraniana, assisteremo a uno show down e probabilmente a un’azione militare americana prima che l'Iran arrivi al punto di non ritorno nella produzione di armi nucleari e possa minacciare Israele.
Israele è ovviamente parte del gioco: Gerusalemme guarda la sabbia che cade nella clessidra e non vuole che Teheran arrivi a produrre bomba e missile con cui raggiungere Israele. I servizi segreti israeliani hanno espresso l'opinione che, se si andasse troppo in là, bisognerebbe colpire l'Iran con armi nucleari tattiche per contaminare tutta la zona destinata alla produzione di armi atomiche e renderla inaccessibile per decenni.
Il gioco è aperto e il nuovo giocatore Obama si è presentato con un mazzo nuovo di carte per mostrare e dimostrare che parte da zero. Ma tutti sanno che non si parte da zero, dal momento che il processo di arricchimento dell'uranio iraniano ha i giorni contati.