Obama ora dà i numeri: "Merito un 8 in pagella"

Il presidente si autoincensa ma il bilancio del primo anno alla Casa
Bianca è solo frutto del suo narcisismo: debito pubblico e
disoccupazione sono alle stelle, l’Iran resta una minaccia e nuovi
soldati sono in partenza

Una volta bastava il «bene, bravo 7+» della celebre gag di Cochi e Renato a far sorridere. Ma i tempi cambiano. E adesso rischia di suscitare ilarità l'8. Ovvero il voto, fin troppo alto, che Barack Obama ha deciso di mettersi in pagella, dopo nemmeno quattro trimestri di presidenza.

Le cose sono andate così: intervistato dalla popolarissima conduttrice della Abc, Oprah Winfrey, per un programma che andrà in onda domenica, il principale inquilino della Casa Bianca alla domanda che voto si darebbe, dopo i suoi primi undici mesi di presidenza ha risposto schietto: «un B+», l'equivalente appunto del nostro 8, spingendo la sua autostima scolastica ancora più in alto: l'«A-» (che poi sarebbe il 9 made in Italy), se passerà la riforma sanitaria che lui tanto ha voluto. Ma, parafrasando Manzoni, si potrebbe obbiettare: è stata, fino ad oggi almeno, vera gloria? O non sarebbe stato più onesto e corretto davanti al registro di un'America ancora zeppa di numeri negativi, autoassegnarsi uno di quei 6 che si traducono, nel colloquio degli insegnanti con i genitori: «Apprezziamo lo sforzo per rimanere a galla ma potrebbe fare di più, molto di più». Anche perché l'ultimissimo sondaggio giunto sulla nostra scrivania, mentre scriviamo queste righe, rivela una popolarità al minimo storico per Obama: un risicato 44 per cento di consensi tra i suoi concittadini, che fa orrore davanti ai grandi numeri di inizio mandato.

In realtà la crisi di popolarità era cominciata già la scorsa estate: il «salvataggio» dell'economia Usa è avvenuto a un costo esorbitante, tutto a carico dello Stato. Il deficit pubblico a due cifre, mentre il debito, che nel 2008 era pari al 70% del Pil, è salito al 90,4%, pari a un aumento di venti punti percentuali in dodici mesi e con la prospettiva di salire al 101% nel 2011. La disoccupazione ha toccato il 9,8% ma in compenso va benissimo il settore finanziario. Obama aveva promesso il cambiamento e la fine dello strapotere delle lobby, soprattutto bancarie. È accaduto esattamente il contrario. Il presidente capisce poco di finanza, per sua stessa ammissione, e ha nominato Timothy Geithner ministro del Tesoro, Larry Summers superconsigliere economico, confermando Ben Bernanke alla guida della Federal Reserve, ovvero si è affidato a tre economisti espressione del mondo che voleva combattere e che puntualmente hanno fatto gli interessi di Wall Street.

Al «generoso» scolaretto Mister President si potrebbe per esempio ricordare che l'America oggi è di fatto succube della Cina e la visita di Obama a Pechino, lo ha dimostrato impietosamente. Dopo essersi rifiutato di incontrare a Washington il Dalai Lama, lui, l'ecologista Obama, d'accordo con Pechino, ha affossato il vertice sull'ecologia di Copenaghen e si è affrettato ad assicurare che l'America non intende esportare il proprio modello di democrazia considerato che «le relazioni fra Usa e Cina non sono mai state così importanti per l’avvenire comune». Perché l'America è così indebitata da non poter far a meno dei risparmi dei cinesi, che finora hanno acquistato milionate di titoli di Stato, diventando il primo finanziatore straniero del governo americano.

Quanto alla politica estera le speranze di un dialogo tra Washington e Teheran appaiono sempre più flebili. Il presidente americano era convinto che fosse sufficiente cambiare registro rispetto a Bush per creare un nuovo clima internazionale. E invece scopre che: in Iran ha vinto Ahmadinejad e l'America non solo non può far nulla per aiutare i giovani scesi nelle strade della capitale e di altre città. La crisi con la Corea del Nord è molto grave per il sud-est asiatico, ma rischia di avere importanti riflessi proprio in Iran. Pyongyang possiede infatti la tecnologia e le risorse che Teheran cerca per accelerare la costruzione dell'atomica.

E il discorso del premier israeliano Netanyahu non rappresenta affatto un passo verso la pace auspicata da Obama, ma il suo opposto, visto che ha posto condizioni inaccettabili per i palestinesi. E la Russia? Esulta e approfitta del momento per riconquistare ampie zone d'influenza nello scacchiere euroasiatico. Intanto nuovi soldati sono in partenza per l’Afghanistan. Insomma Obama più che darsi voti dovrebbe «pagare» qualche debito formativo. O no?