Obama perde tutte le guerre (per fortuna finte) con la Cina

Durante la guerra fredda con l'Unione sovietica, al Pentagono si svolgevano regolarmente delle simulazioni per tentare di prevedere le reazioni del Cremlino in caso di crisi o di conflitto. Erano veri e propri giochi di guerra, in cui alcuni dei massimi specialisti dell’Urss dovevano immedesimarsi nei leader sovietici e sfidare a distanza un finto, ma molto credibile, governo americano.
L'Urss non esiste più, ma i giochi di guerra continuano in un mondo dove i combattimenti avvengono sempre meno tra super-eserciti capaci, con le loro armi nucleari, di distruggere il pianeta, ma usando armi e tecniche non convenzionali e asimmetriche, quelle descritte oltre una decina di anni fa da due esperti cinesi in un libro, Guerra senza limiti, segnalato all'opinione pubblica europea dal generale italiano Fabio Mini. Quei due esperti avevano previsto la forza dirompente del nuovo terrorismo impersonato da Bin Laden e le potenzialità destabilizzanti di una crisi finanziaria.
Certo, il crash dei subprime non è frutto di un sabotaggio internazionale, bensì dell'avida insipienza delle banche americane, ma il Pentagono ha imparato la lezione e per la prima volta ha simulato un gioco di guerra esclusivamente economico.
Di solito queste esercitazioni restano segrete, ma, curiosamente, l'ultima non è stata classificata e il sito Politico ne ha potuto rivelare l'esistenza. Per due giorni, dal 17 al 18 marzo, un gruppo di esperti finanziari, tra cui gestori di hedge funds, docenti universitari, manager (uno addirittura di una banca straniera, la svizzera Ubs), si sono chiusi in un reparto della John Hopkins University a Laurel, nel Maryland divisi in cinque squadre: Stati Uniti, Russia, Cina, Estremo oriente e «altri». L'Unione europea, nonostante il suo peso economico, non è stata considerata come un soggetto capace di imprimere svolte strategiche autonome; alla stessa stregua del piccolo e sempre più vecchio Giappone.
E non c'è da stupirsi se lo sguardo degli americani sia rivolto soprattutto all'Asia. L'Office of Net Assessment, il riservatissimo e influente centro studi del Pentagono, da tempo è persuaso che il vero potere si concentrerà in questa parte del mondo ed è lì che l'America dovrà dimostrare di essere ancora una, anzi la, superpotenza.
Ma il responso dell'esercitazione, affidato a una squadra di giudici neutrali, non è affatto incoraggiante per l’Amministrazione Obama. Nell'insieme delle situazioni contemplate - alcune generate da crisi politiche come il tracollo della Corea del nord, altre da manovre di mercato quale la manipolazione del prezzo del gas da parte della Russia - la Cina ha vinto, approfittando, sovente, della rivalità tra Mosca e Washington. Ma non solo. Secondo uno dei partecipanti, il professor Paul Bracken della Yale School of Management, gli Usa non sono ancora in grado di coordinare efficacemente le loro ingenti risorse militari e quelle economico-finanziarie. Come dire: o muovono gli eserciti o usano la leva dei mercati o del boicottaggio, ma non riescono a orchestrare una strategia coerente e questo li rende vulnerabili o comunque poco efficaci.
Sempre secondo Bracken, è improbabile che la Cina, che possiede centinaia di miliardi di dollari di Buoni del Tesoro Usa, decida di far crollare improvvisamente il dollaro, perché danneggerebbe se stessa. Tuttavia, potrebbe ricorrere a strategie intermedie, come la vendita a scaglioni della valuta Usa, che, a fronte di un rischio calcolato, permetterebbe a Pechino di indebolire l'economia americana.
Il responso è chiaro: Pechino è molto più attrezzata e flessibile di Washington per affrontare un conflitto asimmetrico. L’America appare come un gigante superarmato e ipertecnologico, ma impacciato, incapace di prevedere e poi di neutralizzare i folli piani di Al Qaida, le guerriglia in Irak e in Afghanistan e domani, forse, una crisi di Wall Street teleguidata dall’estero.
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