Obama: «Al Qaida vuol colpire di nuovo gli Usa»

Colpire per primi e colpire duro per evitare un nuovo spaventoso 11 settembre. Stavolta Barack Obama parla senza peli sulla lingua, mette sul tavolo tutte le verità e tutte le paure. La prima, la più inquietante, è quella di un imminente, devastante attentato di Al Qaida, un nuovo colpo al cuore dell’America progettato e organizzato non dall’Afghanistan, come otto anni fa, ma dai santuari del terrore nascosti tra le montagne delle regioni tribali del Pakistan nord-occidentale. La metastasi integralista, il vero cancro capace di divorare un Paese un tempo considerato alleato e fagocitarne gli arsenali nucleari, si nasconde lì, tra quelle impenetrabili vallate trasformate - sostiene Obama - «nei luoghi più pericolosi del mondo».
E così il presidente americano - presentatosi ieri in diretta televisiva assieme al segretario di Stato Hillary Clinton e a quello della Difesa Robert Gates per esporre la nuova strategia afghana - finisce con il trasmettere un messaggio sobrio e rigoroso nei toni, ma preoccupante nei contenuti, un discorso da cui riemerge il fantasma di Osama Bin Laden e l’angoscia per un nuovo, nefasto affondo di Al Qaida.
«Svariate segnalazioni d’intelligence ci avvertono che Al Qaida sta attivamente pianificando nuovi attacchi sul suolo statunitense dai suoi santuari in Pakistan - racconta il presidente nel suo intervento -. Abbiamo un obiettivo chiaro e ben focalizzato, dobbiamo colpire, smantellare e sconfiggere Al Qaida in Pakistan e in Afghanistan per prevenire il loro ritorno al potere in uno o l’altro dei due Paesi in un prossimo futuro».
In quella frase è riassunto il senso di tutta la sfida di Obama. Al contrario di quanto auspicavano molti suoi sostenitori quella sfida si delinea come l’ampliamento e non il ridimensionamento della guerra al terrorismo assumendo le forme di una guerra senza quartiere da combattere non soltanto a Kabul, ma anche ad Islamabad. «Non facciamoci ingannare: Al Qaida e i suoi alleati più estremisti sono un cancro che rischia di uccidere il Pakistan dal di dentro», spiega Obama, e quelle parole, pronunciate a poche ore dalla strage messa a segno da un kamikaze integralista in una moschea pakistana, risuonano come la sintesi di una situazione ormai fuori controllo. Per riprenderla in mano, per impedire attacchi sul territorio americano, per garantire la sopravvivenza degli alleati di Islamabad, bisogna inevitabilmente prepararsi ad un impegno costoso, difficile e sanguinoso, ma, sottolinea il presidente, assolutamente indispensabile. «Questa è una causa che non potrebbe esser più giusta ed il mio messaggio ai terroristi convinti di poterla fermare è solo uno: noi vi sconfiggeremo».
Al contribuente americano quell’impegno costerà salato. Per garantire la sopravvivenza del governo pakistano e la lotta al fondamentalismo, la Casa Bianca verserà nelle casse di Islamabad 7 miliardi e mezzo di dollari nell’arco dei prossimi cinque anni. Un voto del Senato garantito da un accordo bipartisan triplicherà anche gli aiuti a Kabul portandoli a 1 miliardo e mezzo di dollari l’anno per il prossimo quinquennio. Per combattere i talebani, incominciare ad abbozzare una via d’uscita e avviare in futuro il ritiro delle truppe straniere bisognerà invece garantire l’efficienza dell’esercito e della polizia di Kabul concludendo l’addestramento di 134mila soldati e 82mila agenti. Ma per raggiungere quell’obbiettivo non bastano neppure i 17mila rinforzi già pronti a partire. E allora Obama alza la posta e promette l’invio di altri 4mila specialisti dell’82a divisione di Fort Bragg da destinare esclusivamente dell’addestramento delle forze di sicurezza di Kabul. Da settembre dunque l’America avrà circa 65mila uomini schierati sul fronte afghano e Obama, celebrato come il presidente destinato a metter fine alle guerre dell’era Bush, incomincerà a far i conti con un conflitto che rischia di segnare il suo intero mandato.