Obama racconta la sua vita tra i diseredati d’America «Ma sono soltanto favole»

Esce in Italia «I sogni di mio padre», autobiografia del candidato alle presidenziali

«Drogato. Fatto. Ecco dove mi stavo dirigendo: il ruolo finale, fatale di un giovane uomo nero: mi drogavo per cacciare dalla mia mente le domande riguardo alla mia identità». Non è il passaggio dell’ultima canzone di un rapper o la confessione tratta dal diario di un liceale sorpreso con uno spinello, ma una delle frasi «verità» tratte da Dreams from My Father, autobiografia di Barack Obama che negli Stati Uniti sta alzando letteralmente un polverone.
La polvere non è quella della cocaina che tra le pagine «nere» del suo libro Obama confessa candidamente di aver usato in gioventù (come se fosse normale per un candidato a diventare presidente degli Stati Uniti) ma è quella alzata dal fatto che molti degli aneddoti raccontati sono comprovate invenzioni. Il New York Times non ha avuto dubbi nel pubblicare pochi giorni fa un articolo titolando a tutta pagina: «Ecco le bugie di Obama».
Le bugie sono quelle contenute nell’autobiografia che da oggi arriva anche nelle librerie italiane con il titolo I sogni di mio padre (Nutrimenti, pp. 456, 18 euro). Come ha dimostrato il New York Times, più che memorie le confessioni di Obama sono proprio sogni: rendono la sua corsa da primo candidato di colore nella storia delle primarie americane una favola ma sono piuttosto lontane dalla realtà.
Da mesi ai primi posti dei libri più venduti negli Stati Uniti, già 800mila copie, l’autobiografia racconta i primi trent’anni della sua vita: «La storia non facile di un americano nato tra il matrimonio tra un uomo di colore, proveniente dal Kenya, e una donna bianca, originaria di una piccola cittadina del Kansas». Allevato dalla famiglia della madre (il padre li ha lasciati per tornare in Africa), Obama descrive tutte le difficoltà di chi «cresce nero in un mondo di bianchi», non nascondendo di aver rischiato durante l’adolescenza di «smarrirsi tra droghe e gang giovanili». La sera, come scrive, «mi piaceva parlare coi vicini portoricani e intrattenermi con gli altri ragazzi conversando sulla sparatoria della notte prima». Durante il giorno, mentre gli amici del quartiere si tirano qualche revolverata, Obama non perde mai una lezione. Inizia a frequentare i corsi della Columbia University sino al primo impiego, in una finanziaria newyorchese. «Appena finii l’università - scrive - venni assunto da una società finanziaria per occuparmi di investimenti e fui veramente stupito dal fatto che subito mi gratificarono con un ufficio tutto mio, una segretaria e un ottimo stipendio. Mi guardavo allo specchio, nel mio completo grigio con camicia e cravatta e mi domandavo: ma sono davvero io quello riflesso?». Certamente no, risponde il New York Times che ha rintracciato i suoi ex colleghi di lavoro. In realtà Obama non aveva né un ufficio né una segretaria ed era retribuito con il minimo dello stipendio. Il suo lavoro, che nell’autobiografia sembra essere di estrema importanza, ricordano i colleghi, «era quello di tagliare e incollare dei rapporti economici da inserire in cartelle che poi avrebbero guardato i superiori». Piuttosto lontano dalla verità ma è uno degli aspetti smentiti che rivela l’abilità di Obama nel ricrearsi sulla carta un’altra vita. Eppure, come lui stesso ricorda nell’introduzione citando William Faulkner, «il passato non è mai morto e sepolto… e non è neanche passato». Non deve aver fatto i conti con gli ex colleghi di lavoro ma neanche con i compagni di merende del suo quartiere. Non ci sono state smentite ufficiali ma nessuno lo ricorda come un ragazzo che vivesse la strada. Obama racconta di quando una volta è stato «costretto dalle contingenze a dormire per la strada e risvegliato al mattino soltanto dal getto degli idranti». Ma anche questo ritratto di ragazzo vicino agli ultimi viene ormai considerato una delle sue tante licenze poetiche. Perché il punto è proprio questo: nei nostri tempi (im)mediati, nei tempi di Internet, Obama è stato abilissimo nel riscrivere questa sorta di «Second Life», questa seconda vita virtuale di uomo vicino ai più bisognosi, quasi fosse un Malcom X postmoderno.
Eppure la lettura è a dir poco avvincente. Ed è questo, forse, il paradosso più evidente: quella che dovrebbe essere un’autobiografia risulta invece un romanzo ottimamente scritto, con pagine che appassionano e che commuoverebbero anche una pietra. Un romanzo che ha gli stessi ritmi di una fiction, gli stessi ingredienti di una favola a lieto fine e gli stessi trucchi narrativi usati dal più esperto degli scrittori. Quello che è certo è che se non conosciamo l’Obama presidente possiamo conoscere l’Obama romanziere: descrivendo la sua vita ha davvero consegnato un libro che meriterebbe le recensioni più entusiastiche.
Gli ingredienti ci sono tutti: il bambino nero destinato a un mondo di orchi bianchi, la tentazione di Obama adolescente sulla cattiva strada dell’America drogata, la rivincita del brillante studente, l’attivismo sociale promosso non soltanto con l’appartenenza ad associazioni vicine alle minoranze ma soprattutto con il fatto di aver condiviso le difficoltà in prima persona, svegliandosi «per la strada tra i barboni». È che sia quasi soltanto una favola non se n’è accorto soltanto il New York Times ma anche e soprattutto il mondo dell’editoria. La versione in audiolibro del suo I sogni di mio padre ha vinto un Grammy Award per il miglior «Libro parlato» (evidentemente i giurati si sono accorti prima di tutti che erano soltanto parole).
Ma non solo: Obama ha ricevuto un anticipo da 1,9 milioni di dollari per pubblicare tre libri. Il primo, The Audacity of Hope, è uscito il 17 ottobre 2006 e delinea le sue convinzioni politiche, mentre il secondo è in fase di pubblicazione ed è niente meno che un libro per bambini scritto in collaborazione con la moglie Michelle e le loro due figlie. E sicuramente sarà un successo: vista l’incredibile bravura di Obama nello scrivere le favole. A iniziare dalla sua vita.