Obama schiva i colpi e vince il match ai punti

Prudente fino alla freddezza, contiene l’avversario senza tentare l’affondo<br />

Una vittoria in contropiede, ma tutt’altro che esaltante. Come al solito. Nel secondo dibattito televisivo Barack Obama si è ben guardato dal proporre idee nuove e si è rifugiato nei soliti schemi. Bush è il cattivo, McCain il suo clone, l’America deve cambiare. La novità riguarda lo stile. John McCain è partito all’arrembaggio, ma il candidato democratico anziché ignorare gli attacchi, alcuni dei quali sotto la cintura, ha deciso di rispondere. A modo suo ovvero senza sferrare il colpo del ko o, perlomeno la battuta memorabile, ma senza nemmeno sottrarsi alla battaglia. Ha citato diversi episodi che smentiscono la fama di riformatore del suo rivale, ha reagito alle accuse personali, ha parlato bene, con chiarezza. Tutto secondo copione. Anche quando è arrabbiato, il senatore nero non corre rischi e in fondo questa è la sua fortuna, perché appare sempre calmo e padrone di sé; insomma, risulta più presidenziale del suo rivale. Se al posto di McCain ci fosse un oratore più efficace a Barack non basterebbe giocare in difesa; ma vista la scarsa efficacia retorica del suo avversario la prudenza è sufficiente per prevalere, sebbene solo ai punti, in un dibattito che comunque segna la fine di un’amicizia. Quando si sono incontrati sul palco si sono stretti la mano sfoggiando un sorriso di circostanza. Alla fine Obama non ha cercato di ricucire il rapporto personale, adeguandosi allo strappo palesato da McCain. Paradossalmente il candidato democratico è riuscito a battere il suo avversario sul terreno che gli è meno congeniale, la politica estera. «Non ho ancora capito perché abbiamo invaso l’Irak quando i responsabili dell’undici settembre erano altrove. George Bush e John McCain hanno commesso un grave errore di giudizio. La guerra ci è già costata 700 miliardi di dollari». Ha promesso di voler catturare Bin Laden «vivo o morto», «anche in Pakistan, ma solo se il governo di Lahore non vorrà collaborare». È stato duro con la Russia e l’Iran, pur evidenziando la necessità di dialogare con tutti. Obama ha messo in chiaro che un intervento militare deve essere l’ultima opzione; un approccio che l’America, scossa dalla crisi economica, in questo momento gradisce. Ma il senatore dell’Illinois si è mostrato poco empatico e soprattutto ha evitato ancora una volta di affrontare la crisi economica e finanziaria. Come McCain peraltro. Qualche ora prima del dibattito, Wall Street aveva chiuso a meno 5%, ma entrambi i candidati hanno evitato accuratamente l’argomento. Obama ha ripetuto le stesse formule. «Taglierò le tasse al 95% degli americani». «Difenderò la classe media», «Combatterò i lobbisti e i privilegi delle grandi aziende». Slogan certo efficaci, ma ormai chiaramente insufficienti sia per rilanciare il Paese che per trascinare un popolo sempre più disorientato.