Obama si butta a destra per evitare l’umiliazione

Il presidente ha perso il braccio di ferro. Il Paese verrà salvato, ma applicando la ricetta dei Repubblicani

A destra, Obama. Lo svincolo che risolve l’ingorgo sul debito americano è lì: il presidente lo imbocca per mancanza di alternative e per salvare se stesso. Meno penalizzante passare per uno che s’è piegato che diventare il primo presidente che ha portato al default contabile l’America. Il compromesso al Congresso è una vittoria dei repubblicani, di fatto è il piano proposto dai conservatori con qualche piccola modifica. Non c’è nulla di quello che volevano i democratici, non c’è soprattutto nulla di quello che avrebbe desiderato il presidente. L’America non alza di un dollaro le tasse e la Casa Bianca dovrà fare selvaggi tagli alla spesa pubblica. Deve sorridere amaro adesso, Obama. Ha provato a ingaggiare un duello con gli avversari e s’è trovato con un potere contrattuale inferiore: quello col cerino in mano, in caso di mancato accordo, sarebbe stato lui. È come chi si trova a prendere una decisione fondamentale all’ultimo minuto: che fa? Si adegua. Si sceglie il peggiore dei mali.
Obama ha perso il braccio di ferro. Con la svolta a destra, l’America si salva dalla figuraccia del default, il presidente dall’incubo di essere l’unica faccia di quella figuraccia. Quello che non sa, ora, è il peso politico che avrà tutto questo. Perché le polemiche sono cominciate, perché il voto del 2012 è lontano ma non troppo, perché ora gli arrabbiati d’America non sono più quelli dei Tea Party, ma i liberal, dai più estremisti ai più moderati. Obama lo sapeva e lo sa ancora: lo scontro sul debito non aveva praticamente nulla di economico e tutto di politico. A Washington non c’era il terrore reale di vedere il crollo dell’economia americana. C’era, invece, una grande partita tra democratici e repubblicani, tra Casa Bianca e Congresso: di fatto, con la crisi sul debito, è cominciata la campagna elettorale per le presidenziali del 2012. Obama aveva un discreto vantaggio su ciascuno dei potenziali avversari, un po’ per la sua capacità di dare il meglio di sé quando va a caccia di voti e un po’ per l’inconsistenza dei candidati repubblicani. Ora quel vantaggio s’è ridotto: resta, ma è minacciato dal malumore, dall’irritazione, dalla rabbia, dalla delusione di una parte dell’elettorato e dell’establishment politico-giornalistico-intellettuale che aveva supportato Obama nel 2008. Il New York Times da giorni lo fa a fette: il giornale che l’aveva supportato anche nei momenti peggiori ieri titolava così: «Con un bilancio che pende a destra Obama allarga la spaccatura nel suo partito: a rischio nel 2012 i voti liberal». L’accusano di essere stato troppo arrendevole nei confronti della destra repubblicana. E anche di essere finito «a parlare come loro, a pensare come loro». Dicono, o fanno dire, di aver già dovuto accettare troppe cose poco di sinistra: l’aumento delle truppe in Afghanistan, la conferma dei tagli alle tasse ai più ricchi dell’era Bush e la mancata promessa della chiusura di Guantanamo. Lo considerano un mezzo traditore, sostengono che il presidente abbia dimenticato già le parole che avevano fatto la sua fortuna tre anni fa: «Hope» e «Change». Evidentemente per la sinistra Usa sarebbe stato meglio il disastro d’immagine internazionale del default. Avrebbero voluto un leader più duro e meno centrista. Speranza e cambiamento? La più grande potenza mondiale che finisce a non poter pagare gli stipendi pubblici e le pensioni per un cavillo normativo e una battaglia ideologica non porterebbe né l’uno, né l’altra, ma non si dica. Perché per gli intellettuali, i giornali e la base liberal far passare qualcosa che sia anche solo vagamente repubblicano è peggio di qualunque sciagura. Se Obama ha sbagliato l’ha fatto prima, quando è andato allo scontro con i conservatori, quando li ha sfidati: avesse ceduto prima, non si troverebbe nella posizione scomoda in cui è adesso. Quella che sul Daily Beast, Michael Tomasky ha sintetizzato così: «La buona notizia è che l’accordo sembra vicino. La brutta è che Obama ha mollato su tutta la linea».
Come a dire: ha perso. Il che torna in molti altri commenti e in tutto un umore che si percepisce leggendo siti, blog, social network e tutto il resto dell’apparato mediatico democratico. Sondaggi compresi: l’ultimo dice che la popolarità di Obama è sotto il 40 per cento. Non era mai stata così bassa, neanche quando la riforma della sanità aveva diviso l’opinione pubblica. C’è di buono, per lui, che i consiglieri della campagna elettorale sono più realisti degli intellettuali radical chic: gli hanno detto che se passa l’accordo, se l’America evita il default, il gradimento può risalire. Può. Non è una certezza, ma è qualcosa.