Obama stringe la mano a Chávez E riceve in cambio l’ennesimo no

MadridE il secondo giorno arrivò il no. Dopo le strette di mano e le dichiarazioni di distensione del primo giorno - tutto centrato su Cuba -, ieri il presidente del Venezuela Hugo Chávez ha lasciato molti di stucco annunciando che i paesi appartenenti all'Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba), non firmeranno il testo finale del 5º Vertice delle Americhe che si tiene questo fine settimana a Trinidad e Tobago. Al summit partecipano 34 paesi delle due Americhe, tra i quali anche il neoeletto presidente statunitense Barack Obama.
Al termine di una riunione dei paesi appartenenti a Unasur, Chávez ha infatti annunciato in un fugace incontro con i giornalisti che Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Dominica e Honduras non proveranno a modificare la dichiarazione finale del 5º Vertice delle Americhe, ma che neppure la firmeranno. La dichiarazione ha sorpreso parecchi perché, proprio il giorno prima, Chávez e Obama si erano stretti calorosamente la mano in quella che era divenuta subito la foto del giorno. Con i suoi abituali modi informali, Chávez aveva infatti detto a Obama «voglio essere tuo amico» e aveva poi definito l'incontro come quello «tra due gentlemen». Proprio il presidente statunitense si era avvicinato a Chávez per salutarlo, dopo che la Casa Bianca si era fatta in quattro per negare che ci sarebbe stato un incontro privato tra i due.
Ieri però Chávez ha voluto riprendere il centro del palcoscenico che il primo giorno era stato tutto per il neoletto Obama, atteso perché potrebbe dirigere una nuova politica con più presenza statunitense nella regione, dopo «l'abbandono» dell'era Bush figlio. Per prima cosa Chávez ha regalato - in un fuori programma - un libro al presidente Usa. Il venezuelano si è alzato dopo un intervento di Obama, gli si è avvicinato e gli ha porto un esemplare de «Le vene aperte dell'America Latina», dell'uruguaiano Eduardo Galeano, che è considerata la bibbia della sinistra del continente. Di fronte ai fotografi, Obama l'ha accolto con un sorriso, ma poi ha confessato ai cronisti - che gli chiedevano se quello di Chávez non fosse un regalo avvelenato - di non aver ben capito che libro fosse e di aver creduto che si trattasse di un’opera dello stesso Chávez.
Poi, finito l'incontro, Chávez ha lanciato la notizia che non firmerà la dichiarazione. Secondo il bolivariano infatti «i vertici delle Americhe sono nati per imporre l'Alca (un'area di libero commercio in tutto il continente esclusa Cuba), ma hanno fallito». Ovviamente Chávez propone il suo modello alternativo, l'Alba, che però è limitato a pochi paesi vicini alla sua linea politica antiamericana.
Chávez permettendo, l'inizio giornata è comunque scorso in un clima di cordialità. Obama si è detto pronto ad ascoltare i leader latinoamericani perché, ha detto, «ho molto da imparare». La presidente del Cile Michelle Bachelet, gli ha fatto eco parlando del vertice come della «prima fase per la costruzione della fiducia verso un cambiamento nei rapporti» con Washington. Più critica invece è stata la presidente dell'Argentina Cristina Fernández de Kirchner, che ha ricordato il problema «dell'ingerenza di alcuni funzionari Usa nella politica dei paesi latinoamericani». Mentre dal canto suo Evo Morales si è lamentato del fatto che «sono già passati cento giorni» da quando Obama è diventato presidente e ancora «non si vede alcun cambiamento» da parte di Washington.
Nel primo giorno di lavori, venerdì, l'attenzione era stata concentrata su Cuba, la grande assente dal vertice. Obama aveva ribadito («voglio un nuovo inizio») l'apertura Usa verso l'isola. Precedentemente Raul Castro aveva rilasciato un'insolita dichiarazione dicendosi disposto a «discutere tutto», dai «diritti umani, alla libertà di stampa ai prigionieri politici». Per ora sono belle parole. E Chávez ha detto no. Proprio per l’assenza di Cuba.