Obama taglia il traguardo Hillary pronta a fare la vice

«Accetterò se serve per portare il partito democratico alla Casa Bianca»

da Washington

Erano le due e tre quarti del pomeriggio, ora di Washington, quando Barack Obama ha tagliato il traguardo. Almeno secondo i calcoli, di solito accurati, dell'Ap, che gli ha attribuito due «mezzi voti» da altrettanti delegati della Florida, così spesso fatale nei destini del Partito democratico. Erano aperte da poche ore le urne nel South Dakota e nel Montana, gli ultimi due test elettorali di una catena che, fra primarie e caucus, assomma a 61, ma Obama aveva già lasciato il terreno dell'ultimo scontro e si era messo in cammino alla volta di St. Paul, in Minnesota, per il primo comizio post primarie, di apertura dunque della campagna elettorale vera e propria e, con sfida simbolica, da pronunciare dallo stesso podio nella stessa sala della stessa arena dove i repubblicani incoroneranno il 4 settembre in John McCain il candidato alla successione di George Bush. E Hillary Clinton aveva di nuovo, drammaticamente, reiterato la sua sfida e smentito senza apparenti incertezze ogni intenzione di darsi per vinta. Il countdown per Obama era in quel momento a meno 31, secondo la tabella riconosciuta dalla sua rivale; che per l'appuntamento serale aveva scelto New York, la città e lo Stato di cui è senatore. Tutti i ruoli erano preparati su un palcoscenico involontariamente girevole, dai protagonisti alle comparse. A cominciare dagli "impiegati" nella campagna elettorale Clinton, che ricevevano e-mail di ringraziamento, invito a un saluto cerimoniale e l'istruzione di affrettarsi a presentare le ultime note spese, perché da domani l'altro, rien ne va plus. E Bill, il supermarito, aveva pronunciato, davanti ad una platea del South Dakota, quello che per qualche ora è stato considerato l'annuncio della resa: «Forse è questo l'ultimo giorno in cui mi trovo coinvolto in una campagna elettorale. Credevo di avere chiuso con la politica, finché Hillary ha deciso di presentarsi; ed è stato uno dei più grandi onori della mia vita fare campagna per lei». Diciassette senatori democratici si erano riuniti per lunghe ore a decidere in che modo salire sul carro dei vincitori senza offendere troppo gli sconfitti. E gli altri «superdelegati» facevano souplesse come i corridori ciclisti su pista, rallentando ciascuno nella speranza di apportare a Obama proprio il voto della vittoria.
Poi in serata le indiscrezioni si sono infittite: se le sarà offerta Hillary intende accettare la poltrona di numero due, il posto da vice-presidente. Poche ore prima l’ex first lady aveva smentito di voler concedere la vittoria al rivale: «Non sono pronta per il mio funerale». Per il funerale no, ma per una via d’uscita onorevole, sì. Dal ricco sobborgo newyorkese di Chappaqua dove ha convocato insieme al marito Bill e alla figlia Chelsea, il gotha dei collaboratori e dei suoi finanziatori, l’ex first lady ha detto, in una serie di conversazioni con i maggiorenti del partito democratico, di essere aperta ad affiancare Obama «se questo servirà al partito». Alcuni di questi interlocutori lo hanno riferito ai giornalisti. Il deputato di New York Charlie Rangel, un sostenitore della Clinton, l’ha confermato di fronte ai microfoni della Cnn. L'ipotesi del «dream ticket», la «lista di sogno» con Obama candidato alla presidenza e la Clinton alla vicepresidenza aveva suscitato in giornata qualche smentita, sempre meno categorica. Qualcuno dice che le trattative sono già in corso da oltre due mesi. Se è vero basta qualche numero a spiegare tutto. Quelli dei sondaggi per la sfida del 4 novembre. Fra Obama e McCain il primo è dato in vantaggio di 3 punti. Se al suo posto ci fosse Hillary il margine si accrescerebbe a 5 punti. Messi assieme potrebbero essere imbattibili.
L’ultima trincea della Clinton, prima di cedere era stato il richiamo al «voto popolare». «Hanno votato 33 milioni di democratici, un numero mai raggiunto prima e di suffragi ne ho avuti di più io. Se non rinuncio è perché ho 17 milioni di ragioni». La sua «maggioranza», in realtà, è discutibile: esiste solo - prima dei risultati in Montana e South Dakota, numericamente irrilevanti - se si include il voto «dimezzato» del Michigan e della Florida e se si escludono i caucus e le primarie in Idaho e Nebraska, che formalmente non impongono agli eletti di votare per un candidato. Basta spostare qualche virgola nei totali e Obama risulterebbe in questo momento in testa per 45mila voti, vale a dire lo 0,1%.